Oltre l’arcobaleno

di Paola Biffi

Ci sono momenti nella vita di un giovane in cui è necessario affrontare il proprio tempo, prendersene cura e contemporaneamente sentirsene parte. Succede quando bisogna trovare le parole giuste per dire alla nonna che non si crede in Dio, quando si spiega per l’ennesima volta allo zio come funziona Facebook, quando racconti ai tuoi amici di essere omosessuale e nessuno ti caccia fuori dal gruppo.

F. da piccola era la prima a essere chiamata per giocare a calcio, aveva una collezione di carte di Yu Gi Oh da fare invidia a tutto il palazzo.

Alle medie era una di quelle ragazzine già un po’ donne, e i capelli biondi, paradossalmente sempre in ordine, erano il passepartout per le prime cotte, i primi baci dati di nascosto alla pizzata di classe. Un tempo delle mele passato in bici tra un campetto e l’altro, un tempo in cui il carattere forte inizia a nascondere una sensibilità delicata, le prime incertezze sul futuro e su sé stessa. L’amore a quest’età è tanto immaturo quanto meravigliosamente libero, gratuito, legato principalmente all’emozione del momento, dire “ti amo” è sentirsi vicino all’altro, e basta, senza programmi o aspettative.

Non è un caso quindi che proprio a quest’età F. scopra di sentirsi vicina a una ragazza che gioca con lei a pallavolo, e prova, anche se incredula, a pensare per la prima volta all’amore come forza tanto grande da superare una differenza così definita come quella di genere. Ma a questo punto entra in gioco l’immaturità, il non volersi esporre a qualcosa di tanto grande, la paura che un’identità ancora così instabile possa essere spazzata via da un sentimento troppo forte.

Meglio lasciar perdere, andare al liceo e scommettere tutto sulla novità: qui le storie cambiano con la stessa velocità della media scolastica, è facile sentirsi ogni giorno diversa, ma è facile anche sentirsi l’unica diversa in un mare di Eastpak uguali.
F. sa che ammettere di essere omosessuale, fare “coming out” come si legge spesso sui giornali, significa darsi una definizione che potrebbe condizionarla molto, così decide di non definirsi.

La sua prima storia con una ragazza ha tutto il sapore di un primo grande amore, finito con le solite delusioni e ricordato oggi con un po’ di rabbia e nostalgia. Anche la famiglia e gli amici non hanno bisogno che F. si definisca, intuiscono che l’amicizia con E. è qualcosa di più, chiedono qualche spiegazione, lasciano che sia l’amore a muovere i passi della loro amica.

F. racconta con spontaneità al mondo quello che la sua generazione sta a piccoli passi scoprendo: che diversità e uguaglianza trovano equilibrio nell’indeterminatezza, che solo una bandiera arcobaleno, simbolo sia del movimento omosessuale ma anche della pace, può davvero cambiare le cose in un mondo che ancora viene diviso drasticamente in tricolori o stelle e strisce.

È questo quello che ha voluto raccontare anche il Milano Pride di ieri pomeriggio, una lunga sfilata di colori, una festa a cui, come ci dice F., non hanno partecipato solo coppie omosessuali, ma molte, circa ventimila, “persone felici”, con l’unico, non banale, scopo di colorare Milano di una divertente, eccentrica e sfrontata voglia di diversità.
L’umanità che da sempre si spinge oltre i suoi limiti naturali, sta forse imparando ad andare oltre quelli che da sola si è imposta, solo così si superano i confini, solo così i sette colori dell’arcobaleno si fanno luce bianca che illumina il futuro.

 

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