Il passato che vive dentro di noi

di Roberto Dominici

La prima migrazione dell’uomo moderno dall’Africa, secondo uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricerca apparso nel 2016 su Nature, sarebbe avvenuta 130.000 anni fa nel Pleistocene medio e non come ipotizzato in passato fra 50 e 75 mila anni fa nel Pleistocene superiore. Un dato che sembra ormai certo è che la dispersione di Homo Sapiens si sarebbe verificata in più movimenti migratori. Dopo l’uscita dall’Africa, l’uomo moderno entrò in contatto con due specie affini, l’uomo di Neanderthal e quello di Denisova.

L’uomo di Neanderthal, è un ominide strettamente affine all’Homo sapiens, che visse nel periodo paleolitico medio, compreso tra i 200 000 e i 40 000 anni fa. Fu un “Homo” molto evoluto, in possesso di tecnologie litiche elevate e dal comportamento sociale piuttosto avanzato, al pari dei sapiens di diversi periodi paleolitici. Convissuto nell’ultimo periodo della sua esistenza con lo stesso Homo sapiens, l’Homo neanderthalensis scomparve in un tempo relativamente breve, evento che costituisce un enigma scientifico oggi attivamente studiato.

Sapiens e Neanderthal si incrociarono più volte nell’Europa di 50 mila anni fa, ma non furono in grado di generare prole sana in particolare, figli maschi in grado di perpetuare un nuovo mix umano. Lo rivela un altro studio del 2015, sulla genetica dei nostri lontani “cugini” effettuato non sul DNA mitocondriale (quello trasmesso dalla madre), ma sul cromosoma Y di un maschio Neanderthal vissuto a El Sidrón (Spagna) 49 mila anni fa.  Il DNA del Neanderthal spagnolo presenta mutazioni in tre diversi geni immunitari, uno dei quali produce antigeni che scatenano una risposta immunitaria nelle donne gravide, causando l’aborto dei feti maschi recanti quel gene. In pratica, anche se Sapiens e Neanderthal si incrociarono, anche in tempi relativamente recenti, furono incapaci di generare maschi sani: rimasero vicini, ma separati. Una distanza che avrebbe decretato il declino definitivo dei Neanderthal.

L’aspetto interessante è illustrato da due studi che mostrano l’azione della selezione naturale sul DNA di derivazione neanderthaliana presente nel nostro genoma. Tracce di quegli incroci sono ancora evidenti nel nostro patrimonio genetico, poiché il genoma delle popolazioni umane non africane contiene una piccola parte, stimata nel 2-5% in base all’area geografica, di queste due specie estinte.

Dall’analisi di 150 genomi provenienti da diverse popolazioni, è emerso che le varianti genetiche arcaiche che si sono mantenute fino ad oggi sono state utili all’uomo attuale per meglio adattarsi all’ambiente fuori dall’Africa e, in oltre 120 loci (cioè i siti dove si localizzano i geni) del genoma, la frequenza delle sequenze di derivazione neanderthal e denisova, può arrivare al 65%. È probabile che questi geni siano stati vantaggiosi per la nostra specie e non è un caso che molti di questi siano legati al funzionamento del sistema immunitario.

La restante parte del DNA acquisito in conseguenza degli incroci è andata perduta nel tempo, in quanto non costituivano un vantaggio per la nostra specie. I geni non essenziali si sarebbero “diluiti” nella popolazione umana più grande di quella dei Neanderthal che avrebbe mantenuto la maggior parte delle varianti dannose o svantaggiose che avrebbero determinato la loro scomparsa.

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