Paul Cezanne

Autoritratto, 1881di Daniela Annaro

Cilindri, coni, sfere e  diciotto colori del prisma, ai quali aggiungere la costante ricognizione di vedere il mondo “obiettivamente” alla ricerca dell’essenza, dello spirito della realtà.

Per Paul Cezanne, il pittore deve restituire l’immagine senza alcun coinvolgimento emotivo, senza nessuna alterazione dovuta alla luce  o all’atmosfera, senza suggestioni intellettuali. “La percezione umana – scrive Cezanne  a un amico – è confusa fin dalla nascita.”

Un bell’impegno che segna la sua non lunga vita, muore a sessantasette anni.

Paul nasce a Aix-en-Provence il 19 gennaio del 1839. Il padre è un cappellaio che fa fortuna e diventa banchiere. Al liceo Bourbon conosce Emile Zola, un’amicizia importante per entrambi.

La casa dell'impiccato, 1873

La casa dell’impiccato, 1873

E’ più orientato verso la letteratura e la poesia, ma all’università  di Aix studia diritto. E’ all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento che diviene chiara la  sua vocazione per l’arte. Ci impiega un po’ a convincere il padre, ma alla fine si trasferisce a Parigi, città che lo mette a contatto con Pissarro, Renoir, Monet e Manet. Ma, anche se la sua biografia si intreccia con quella dei pittori impressionisti, l’arte di Cezanne ha poco a che fare con loro, nonostante alcune sue partecipazioni a mostre collettive come quelle al Salon des Refusès.

Cézanne ha una visione della rappresentazione diversa, non cerca l’emozione, l’impressione fuggente ed emotiva. E’ sempre alla ricerca di una sua personale verità della rappresentazione.

I giocatori di carte, 1894

I giocatori di carte, 1894

Una rappresentazione costruita pennellata su pennellata, come piccoli mattoncini di un mosaico, immagini che trasferiscono  solidità e monumentalità: nei paesaggi della Provenza, nei ritratti ai familiari ed amici, nelle splendide nature morte. Una ricerca continua ed esasperante per lui, uomo ricco di ansie e depressioni che in vita deve lottare  anche  contro i pregiudizi dei contemporanei, magari  cari amici come Zola che nel 1905, un anno prima della morte, dopo averlo osannato, lo definisce “un genio abortito”.

I contemporanei lo snobbano, ma scrittori come Virginia Woolf o filosofi quali Maurice Marleau-Ponty e Jean-Francois Lyotard lo studiano e ci aiutano a comprendere la sua genialità e il suo essere andato controcorrente, diventando un maestro  dal quale non hanno potuto né voluto  prescindere tutti gli artisti venuti dopo di lui.

Quasi in punto di morte scrive: “Mi trovo in uno stato di disordine cerebrale, in una così grave agitazione  che ho temuto (…) che la mia debole mente non ce la facesse.(…) studio sempre dal vero e mi sembra di fare lenti progressi.”

 

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