Pepe Mujica: il Presidente che pratica la povertà

Pepe MujicaLa maggior parte di noi farebbe fatica a riconoscere questo volto, anche perché le notizie che riguardano quest’uomo e il paese da lui guidato, sono passate quasi inosservate, se non quando si è trattato di annunciare la liberalizzazione della marjuana nel suo paese. Eppure il prestigioso settimanale britannico “The Economist” ha eletto quest’uomo, o meglio il suo paese, come il migliore dell’anno. Si tratta dell’Uruguay, un paese dell’America latina lontano dai giochi di potere e poco inserito nel sistema dell’economia mondiale.Lui ne è il presidente: Josè Pepe Mujica. La stampa internazionale lo ha battezzato il “Presidente più povero del mondo”, ma non perché in Uruguay i presidenti siano trattati male, anzi. Lui avrebbe diritto a tutti gli agi e le comodità che la sua carica gli concede, semplicemente ci rinuncia.  Si è ridotto lo stipendio del 93%,  avete letto bene, trattiene per sé meno di 800 € al mese per devolvere i rimanenti 9.200 in beneficienza, così come ha messo a disposizione la lussuosa dimora che gli spetterebbe per le famiglie bisognose. Vive in una modesta fattoria in campagna, alla periferia di Montevideo. In forte sintonia con Papa Francesco, e citando Seneca ed  Epicuro, lui stesso dichiara di non essere affatto povero, perché  poveri sono coloro che hanno bisogno di molto per vivere e che  lavorano per mantenere uno stile di vita costoso e desiderano sempre di più. E’ una questione di libertà: se vuoi molto devi lavorare per mantenerlo, se ti basta poco non sei schiavo del lavoro, sei libero, hai più tempo per te stesso. Ha un passato di Tupamaros, organizzazione di combattenti di ispirazione marxista, attiva negli anni ’60-70 e per questo motivo ha scontato 14 anni di carcere ma, come Mandela, ne è uscito senza nessun desiderio di vendetta. Nel suo discorso alle Nazioni Unite, che naturalmente ha avuto pochissima risonanza sui media, Mujica pone alcune domande fondamentali: “Ci siamo mai chiesti cosa sarebbe del nostro pianeta se gli indiani avessero la stessa proporzione di auto dei tedeschi? Quanto ossigeno ci resterebbe per  respirare? Possono oltre 7 miliardi di persone avere lo stesso stile di vita che hanno le più opulente società occidentali? (…) E’ l’uomo che governa il mercato o il mercato che governa l’uomo?” E, coerentemente con le sue idee e il suo stile di vita, sceglie la prima opzione di quest’ultima domanda, quella strada che i paesi occidentali non hanno mai provato a percorrere, pagando e facendo pagare a tutti un prezzo altissimo. Lui sceglie di andare contro il consumismo esasperato, contro lo sfruttamento dei lavoratori, contro la concorrenza spietata, contro le mafie (la liberalizzazione della marjuana come lui stesso ha dichiarato è un esperimento contro il narcotraffico e come tale ha un rischio intrinseco, se non dovesse funzionare faremo un passo indietro) e a difesa dell’ambiente, dei poveri, ma soprattutto della felicità umana come dichiara lui stesso con parole di grande speranza: “Lo sviluppo non può andare contro la felicità, deve essere a favore dell’amore, delle relazioni umane, della cura dei figli, del rispetto della terra, perché veniamo al mondo per essere felici, il primo elemento dell’ambiente si chiama felicità umana”.

Daniela Zanuso

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