Piazza Fontana, una strage impunita

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di Laurenzo Ticca

Sappiamo molto, non tutto. Conosciamo i nomi degli assassini che decisero la strage di piazza Fontana, conosciamo i nomi degli uomini che negli apparati di sicurezza tramarono per depistare le indagini , per accusare gli anarchici, per servire un disegno politico inconfessabile: precipitare il paese nel caos e favorire l’avvento di un governo forte. Come Pasolini sappiamo, ma non abbiamo le prove , ci manca una verità giudiziaria che inchiodi i fascisti di Ordine Nuovo alle loro responsabilità.

A cinquant’anni da quell’eccidio non sappiamo chi materialmente mise la bomba. Nessuno è in carcere per quella strage. Se la giustizia non è riuscita a compiere il proprio dovere a noi non resta che provare a ricostruire una verità storica, almeno quella. E, per farlo, possiamo prendere in esame alcuni fotogrammi di quella stagione, disporli sul tavolo e osservarli per concludere che la verità era lì sotto gli occhi di tutti già a partire da quel 12 dicembre del 1969. 

La prima foto è quella dell’autunno caldo, dei cortei operai, del timore che quella straordinaria mobilitazione potesse imprimere una svolta politica nel paese. La seconda foto avremmo potuto scattarla prima del 12 dicembre. Il 25 aprile ( e non a caso) due bombe esplodono a Milano: alla Fiera e alla Stazione Centrale, una ventina i feriti. Un’altra foto, sbiadita dal tempo, ci consegna l’immagine degli uomini della Questura che indicano subito gli anarchici come responsabili degli attentati. Ed è in quel mondo che verranno effettuati i primi arresti.

Buona parte della stampa raccoglierà le veline e indicherà gli anarchici come i probabili colpevoli. È lo stesso, identico copione che a distanza di pochi mesi, in dicembre, sarà messo in scena per la strage di piazza Fontana. Le prove generali erano andate bene, l’opinione pubblica era stata preparata, il sipario poteva alzarsi sulla rappresentazione. La bomba, i morti, 17, i feriti, 80, la pista anarchica, i depistaggi per coprire i fascisti di Ordine Nuovo. Tutto era già stato pianificato.

MANIFESTAZIONE SCIOPERO DEGLI OPERAI PIRELLI BICOCCA ANNO 1969

Un’altra istantanea è quella del professor Guido Lorenzon. Uomo mite, timido, riservato. Legato da antica amicizia a Giovanni Ventura, neonazista, con Franco Freda animatore di Ordine Nuovo in Veneto. Fu Lorenzon a raccogliere le confidenze di Ventura su un suo viaggio a Milano il 12 dicembre, su una serie di attentati fascisti organizzati sui treni nell’agosto del ‘69. Fu sempre Lorenzon a registrare la delusione di Ventura dopo la bomba in piazza Fontana. 

Nessuno si era mosso, il paese non era precipitato nel caos. “ Occorre- disse Ventura a Lorenzon- fare qualcos’altro”. Il professore raccontò tutto ai magistrati. Non fu creduto. Le sue dichiarazioni furono considerate “destituite di ogni fondamento”. 

I fotogrammi sono lì a comporre il mosaico di depistaggi e complicità tra neofascisti e servizi segreti. I processi non approdarono a nulla. Freda e Ventura in appello furono assolti per insufficienza di prove. Furono invece condannati per gli attentati che avevano preceduto piazza Fontana, indicando così, implicitamente, il contesto politico in cui era nata la strategia della tensione. 

Nel 1989 il giudice Guido Salvini riaprì le indagini e raccolse prove decisive sulle responsabilità di Freda e Ventura. I quali, già assolti, non poterono essere richiamati alla sbarra per lo stesso reato. Altre foto compongono questo puzzle e non possono essere ignorate. Giuseppe Pinelli anarchico, volato dagli uffici della questura di Milano, Pietro Valpreda, anarchico , dalla stampa definito “il mostro” accusato della strage. Guido Giannettini, uomo del servizi segreti in contato con la cellula veneta di Ordine Nuovo. C’è, infine, la foto di un funzionario di polizia, Pasquale Iuliano, capo della squadra mobile a Padova. Intercettò Freda mente ordinava i timer per gli ordigni. Fu rimosso e trasferito in Puglia. Responsabili, complici, finalità della strage, depistaggi. La verità era tutta in quei fotogrammi. Occultati in fondo ad un cassetto vecchio di cinquant’anni.