Pina Bausch, coreografa e “danzattrice”

12m3b451-3v81[1]Il 30 giugno 2009 morì a Wuppertal, una cittadina situata a nord-ovest della Germania, una delle più grandi coreografe e interpreti della danza contemporanea, Pina Bausch.

Se ne andò a 69 anni la madre del teatro-danza europeo; quello stile emozionante e innovativo che permette la fusione dell’arte drammatica con quella coreografica e che porta a definire gli interpreti del Tanztheater Wuppertal, scuola di discipline dello spettacolo e istituzione teatrale fondata dal coreografo Kurt Joos e diretta dalla Bausch dal 1973, con il termine di danzattori.

I suoi ballerini dovevano avere competenze a tutto tondo, dovevano saper usare sia il corpo che la voce, dovevano saper applicare il “metodo Pina Bausch”. Infatti la coreografa non creava i suoi spettacoli partendo da un soggetto predeterminato, bensì da diverse domande che venivano poste ai suoi danzattori. Le loro risposte, sottoforma di passi di danza, parole, movimenti o scritte, servivano per comporre la nuova messa in scena.

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La danza diventava così una sorta di analisi per gli interpreti: la Bausch sollecitava la loro personalità attraverso le sue domande, li stimolava a scavare dentro di sé per far emergere la propria interiorità. In questo modo la donna riusciva contemporaneamente a parlare di sé, del suo vissuto, del vissuto dei suoi interpreti e a proiettare tutto ciò nell’universale. Parlando di sé riusciva a parlare anche di tutti noi. Questo perché i temi affrontati negli spettacoli di Pina Bausch mostrano l’amore, i rapporti umani e le difficili relazioni tra l’uomo e la collettività o tra l’uomo e la donna.

Sono tematiche universali che partono dall’esperienza personale: niente di più vero e tangibile.

Lo spettacolo che diede alla Bausch fama mondiale fu Café Müller nel 1978. Ambientato in un caffè chiuso, buio e pieno di sedie si propone di mostrare la solitudine, l’angoscia e l’inquietudine. La donna si fa portavoce di sentimenti tragici quali l’incomunicabilità tra il singolo e la collettività e l’impossibilità dell’amore solido e duraturo tra l’uomo e la donna. Per far si che tali sentimenti arrivino in modo inequivocabile allo spettatore la Bausch utilizza il metodo della ripetizione del gesto. Nelle coreografie di Pina Bausch è spesso presente il modulo dell’abbraccio: in Café Müller sono Malù e Dominik a incontrarsi e a dar vita a uno degli abbracci più intensi e più tristi che abbia mai visto su un palcoscenico. Un abbraccio che viene ripetuto innumerevoli volte, che continuamente viene spezzato e che disperatamente cerca di ricomporsi.

Ognuno di noi può scegliere se definire, o meno, “danza” quella di Pina Bausch. Non c’è né ragione e né torto. Quello che è indiscusso è che quel qualcosa che la donna portò sul palcoscenico durante la sua lunga carriera fu senz’altro innovativo e capace di smuovere l’animo dello spettatore. Non si esce illesi da uno spettacolo di Pina Bausch, si esce stravolti, scossi da immagini di teatro, di danza, di tutti e due. Riempiti di immagini che senza aver spesso bisogno di nient’altro, intendo ad esempio parole, luci, scenografie, costumi, dipingono la realtà in modo perfetto, diretto e sconvolgente.

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Isabella Procaccini

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