Più della punta del naso

 striscione_verita_per_giulio_regeni_esposto_da_comune_di_torinodi Claudia Terragni

Solo dalla punta del naso. Una parte del corpo semplice, sottovalutata, un po’ insulsa forse. Solo dalla punta del naso Claudio Regeni e Paola Deffendi sono riusciti a riconoscere loro figlio. O meglio quello che di loro figlio era rimasto, nel corpo di un ragazzo straziato e dilaniato dalla tortura, ritrovato in Egitto il 3 febbraio 2016. “L’abbiamo riconosciuto dalla punta del naso. Nel suo viso abbiamo visto tutto il male del mondo”.

Nonostante il tempo passi e l’attenzione dei media si focalizzi su altro, la questione dell’omicidio di Giulio Regeni rimane tuttora irrisolta e pulsante. Durante una conferenza del Festival dell’Internazionale di Ferrara di settembre, i genitori raccontano della loro lotta, affiancati dalla legale che segue il caso e dal senatore Manconi. Sono persone che dimostrano una profonda dignità. Non suscitano, né vogliono suscitare, pietà, rabbia o malinconia. Non stanno cercando compassione né vendetta né spiegazioni trascendentali. Nessun  “Dio, perché a noi?”. Semplicemente “perché?”. La loro è una battaglia che dimostra tenacia. Determinazione,  non rabbia, contro il governo Egiziano, nonostante esso continui ancora a negare oltraggiosamente la ricerca della verità.

Parallelamente alle scandalose mancanze del governo magrebino, sul fronte italiano si articolano le posizioni più disparate. La situazione è di certo complessa ed implica innumerevoli fattori. Ne da un’idea il discorso del senatore Manconi, presidente della Commissione per i Diritti Umani. A suo parere l’Italia non ha fatto abbastanza a livello diplomatico, o meglio, sono state prese decisioni inadeguate e troppo “deboli”. L’Italia non si è schierata nettamente contro l’Egitto, non ha assunto una posizione decisa e stabile (diversamente da quella dei genitori di Giulio e da chi li sostiene). L’unico atto diplomatico forte è stato quello dell’8 Aprile di richiamare l’ambasciatore italiano dal Cairo, atto che tra l’altro ora è messo in discussione.diverse_torture_instruments

Questa assenza di determinazione, questo tentativo di non esporsi completamente, viene giustificato dal punto di vista economico: si teme di compromettere i secolari rapporti commerciali con il Paese africano. In questo modo però, questi diventano un motivo di sudditanza, non di pressione politica. Inoltre si teme di attaccare apertamente l’Egitto a causa del suo ruolo importante nella guerra contro gli Jihadisti, cosa che però non giustifica le violazioni del regime.

Insomma, tra scuse e timori, sul fronte dei rapporti internazionali, la questione dei diritti umani rimane l’ultimo punto all’ordine del giorno.

In questo caso in particolare, l’atteggiamento schivo e amaramente prudente del governo italiano sembra nascondere tematiche più profonde, questioni che si annidano nel subconscio della classe politica. Si tratta del tabù della tortura.

Oggi, il 3 novembre di 27 anni fa, veniva autorizzata in Italia la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti , adottata dall’ONU il 10 dicembre 1984.

Il documento  definisce il termine “tortura” come “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione (…)”.

La convenzione inoltre sancisce l’obbligo per gli Stati di legiferare affinché qualsiasi atto di tortura sia espressamente contemplato come reato nel diritto penale interno. In Italia questo ancora non accade.

telephone-pole-1011659_960_720Non esiste il reato di tortura, forse ancora il nostro Paese non è pronto ad affrontare “tutto il male del mondo” che i genitori di Giulio hanno visto sul volto torturato del loro bambino.

Le istituzioni Italiane erigono ancora meccanismi di difesa contro il Thanatos della natura umana. Evitamento, negazione di un aspetto dell’uomo che spaventa ancora troppo. Questo comporta infinite implicazioni politiche e penali, tra cui la difficoltà di affrontare la faccenda della tortura di Giulio. Il 26 giugno 2016, il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, scrive: “mentre le istituzioni del nostro paese mostrano di non essere in grado di affrontare adeguatamente la questione, un numero significativo di processi per atti di tortura, celebrati di fronte ai giudici italiani, si sono conclusi con l’accertamento dei fatti e la mancata punizione dei responsabili.

Non sono stati puniti i paracadutisti della Folgore riconosciuti colpevoli di avere praticato la tortura in Somalia nel lontano 1993.

Non sono stati puniti molti dei responsabili delle brutalità commesse nella scuola Diaz di Genova nel 2001.

Non sono stati puniti gli agenti di polizia penitenziaria che hanno praticato la tortura nel carcere di Asti nel 2004.

E non sarà processato, perché non sarà estradato in Argentina, il cappellano militare accusato di avere preso parte a sessioni di tortura in quel paese. E l’elenco potrebbe essere ben più lungo.”

Ci sono persone come Paola e Claudio Regeni che vengono costretti dalla vita a guardare in faccia la crudeltà umana, ma non trovano un valido appoggio nella realtà statale.

Forse è anche questa una forma di tortura.

 

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