Profughi in Brianza: le voci e le storie

profughi_lavoroA volte è davvero difficile sostenere lo sguardo di queste persone”. Le storie narrate dai profughi giunti nel nostro Paese parlano di un viaggio travagliato e doloroso, di cui i famigerati ‘barconi’ rappresentano solo l’ultima parte. Lo sanno bene gli operatori delle associazioni brianzole impegnate in prima linea nel progetto Emergenza richiedenti asilo 2015, che con queste storie tremende vengono in contatto ogni giorno. E’ proprio palando con loro che si possono ricostruire i percorsi migratori di chi arriva in Italia. Percorsi per la verità molto simili tra loro.

“Lo sguardo dei migranti è già un racconto”, sottolinea GR, educatrice professionale, di CS&L, uno dei  Consorzi promotori della rete di accoglienza. “Nei loro occhi leggi le sofferenze patite, ma soprattutto le atrocità a cui hanno assistito. Dentro quello sguardo mi pare a volte di scorgere  le onde del mare, i barconi arrugginiti e stracolmi, volti che hanno dimenticato cosa sia la speranza.  Le storie sembrano ripetersi. Chi lascia il villaggio lo fa perché ormai è tutto insostenibile: si scappa per evitare che i figli diventino bambini-soldato, si scappa dalla guerra, o magari solo dalla  miseria e dall’indigenza”.

I migranti arrivano in Italia dopo una lunga fuga da paesi che violano sistematicamente libertà e  diritti umani, o dove sono in corso conflitti terribili e sanguinosi. Sono persone alla ricerca di un riscatto sociale ed economico difficilmente realizzabile nei paesi d’origine. Il costo del viaggio mediamente è di circa 3 mila dollari, una cifra che corrisponde ai risparmi di una vita. I richiedenti asilo sono giovani, in media hanno 24 anni, e portano avanti un progetto migratorio che non è individuale e i cui benefici ricadranno sulla famiglia e sulle comunità d’origine.

 “L’immigrazione è un dato oggettivo, un fenomeno che non può essere arrestato tanto facilmente”, puntualizza MG di Consorzio Comunità Brianza. “Le persone che arrivano in Italia sui barconi sono ben consapevoli dei rischi cui vanno incontro, eppure preferiscono spendere somme spropositate di denaro per pagarsi il viaggio e rischiare la vita, piuttosto che restare nei loro paesi d’origine. E’ questo il dato di fatto. Non possiamo pensare di fermarli. Ciò che possiamo fare è agire in una prospettiva di riduzione del danno, provare a governare il fenomeno”.
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E quando sono loro, i profughi, a narrare il lungo viaggio che li ha portati in Italia, sembra un miracolo che siano riusciti ad arrivare.

 “Quando sono salito sulla barca  – racconta Ismael,  diciottenne eritreo – ero già stremato. Ho speso 500 euro per comprare il giubbotto di salvataggio. E’ stata la mia salvezza. Abbiamo navigato per quattro giorni, ma questo l’ho scoperto dopo, perché durante “l’esodo” perdi la cognizione del tempo.  E’ stato terribile. Mi appisolavo cercando un posticino in  mezzo a una calca indescrivibile. Ogni volta che chiudevo gli occhi non sapevo se dormivo o se stavo per morire, e ogni volta che li riaprivo  vedevo che qualcuno dei miei compagni non c’era più. In barca l’igiene non esiste,  fai tutto addosso. E’ pazzesco, indescrivibile. Il terzo giorno di viaggio è stato quello più drammatico:  a un certo punto si è sviluppato un incendio, il barcone non ha retto. Siamo finiti in mare. Sono rimasto in acqua per oltre 12 ore. Per fortuna avevo il giubbotto, quello pagato una follia, 500 euro! Nuotavo cercando di intravvedere la costa. Grazie al maestrale sono riuscito ad arrivare sulle spiagge italiane, nei pressi di Reggio Calabria.  La vista dei soccorritori mi ha dato gioia, un sollievo durato poco che non compensa il dolore per questa drammatica esperienza.  Da Reggio sono arrivato a Bresso e poi finalmente a Monza”.

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Come per molti, quella della barca è stata l’ultima tappa dell’odissea di Ismael. Il tutto inizia con  una lunga attraversata nel deserto, poi la Libia, la terra di nessuno, anzi il paese della violenza, del dolore, della guerra infinita. In Libia le milizie  la fanno da padrone: è pericoloso girare per i villaggi, non c’è lavoro, la paura regna sovrana. Dopo cinque mesi di peripezie fra i villaggi libici e il deserto ecco le spiagge che portano all’Europa. Da qui la barca che lo conduce a Reggio e poi a Monza. Oggi Ismael dorme poco, i ricordi lo tormentano. E’ cambiato il suo aspetto, non è più quello del giorno in cui era partito. Mostra una foto con orgoglio: è il suo volto quello prima della partenza. Un altro volto, un’altra espressione.

Invece H. faceva l’agricoltore  in Mali a Diako. Un giorno  a causa dei terroristi è costretto a fuggire con la sua famiglia a Bamako, zona più sicura, ma dove la vita è decisamente  più cara. Non avendo mezzi a sufficienza, si arrangia facendo il commerciante occasionale di strada. Dopo qualche mese di questa vita precaria, decide di partire per la Libia con lo scopo di  cercare  un lavoro. Nel gennaio 2014 H. lascia la famiglia alla volta della Libia. Il viaggio è lungo e pieno di pericoli e per raggiungere la Libia deve passare dal Niger. Dopo due settimane giunge in una cittadina a pochi chilometri da Tripoli ove si fermerà per qualche mese.

H. racconta di una situazione in Libia molto difficile: lavoro non retribuito, rapine, sequestri, assassini, violenze, umiliazioni. Dopo pochi mesi di permanenza libica decide di prendere la barca per l’Italia. Un’esperienza tremenda: mare mosso, barcone arrugginito, stracolmo, donne e bambini, tutti uniti verso un unico destino. Poi Lampedusa, Milano, la Brianza. Un sollievo inaspettato.

“Io sono fortunato perché ce l’ho fatta, altri sono rimasti là, nella terra della sofferenza oppure nella «pancia della balena»”,  il cimitero che si chiama Mediterraneo.

Francesca Radaelli

 

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