Quando i grandi erano piccoli: Federico Fellini

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da Giannella Channel

Quando aveva circa nove anni a Federico Fellini fu regalato un teatrino dei burattini. Fu quello l’episodio che generò il rapporto, dapprima inconsapevole poi sempre più profondo, tra fantasia e rappresentazione.

Già portato istintivamente al disegno, Federico tenendo i fogli dei giornaletti appoggiati contro il vetro della finestra, ricopiava in trasparenza i personaggi di Rubino o le vignette di Little Nemo, un suo emozionante alter ego inventato dalla prodigiosa matita dell’americano Windsor McCay. Con l’arrivo del teatrino, il piccolo Fellini cominciò a concepire creature tridimensionali, alle quali poteva attribuire facce, movimenti, espressioni e dialoghi. Raccontava che uno scultore vicino di casa, avvertendo la sua propensione, gli insegnò a modellare le teste con il gesso e a costruire le marionette in cartapesta. Con le quali Federico si sbizzarriva a immaginare storie, costumi, fondali dipinti, utilizzando in veste di assistente il fratello minore Riccardo, più piccolo soltanto di un anno.

Fellini nasce in casa, al numero 10 di via Dardanelli, a Rimini, il 20 gennaio 1920. La numerazione civica era allora diversa dall’attuale. La famiglia si era trasferita da Gambettola da circa un mese e la sua nascita riminese è registrata all’anagrafe come “occasionale”.

Il regista riminese si è sempre descritto come un bambino solitario, timido, introverso, poco propenso ai giochi muscolari dei compagni di scuola, per nulla interessato allo sport, all’attività fisica, ai riti marziali pretesi dall’educazione fascista. Preferiva piuttosto rifugiarsi nel suo mondo fantastico nutrito principalmente dall’universo dei fumetti:

Mettevo in scena i personaggi interpretando tutte le parti. Fu allora che mi abituai a sviluppare, credo, quello stile a cui sono ricorso più tardi in veste di regista per mostrare agli attori come vedevo il personaggio. Ovviamente ero anche l’autore dei testi.

Ma se il provvidenziale giocattolo costituì l’occasione per tradurre in concreto le sue fantasie, l’attitudine psichica a creare un mondo personale di visioni risale a molto prima, proprio alla più tenera infanzia. D’estate Federico veniva mandato qualche giorno dalla nonna paterna Francesca, Franzscheina, che viveva in campagna, in via Soprarigossa a Gambettola (sempre in Romagna, ma in provincia di Forlì-Cesena: è lo stesso paese dove è nato il grande sindacalista Luciano Lama). Era stato quello scenario rurale, così attraente e misterioso per un bambino (che in Otto e Mezzo il regista descriverà poeticamente nella sequenza del casale) a condurlo a scoprire una singolare attitudine alla ‘trasfigurazione’. Riferiva per esempio che quando lo mettevano seduto al sole contro il muro caldo della casa colonica, si manifestavano in lui, senza una ragione precisa, alcuni fenomeni di sinestesia, come viene comunemente chiamata la sovrapposizione sensoriale:

C’è stato un periodo della mia infanzia in cui, all’improvviso, visualizzavo il corrispondente cromatico dei suoni: un bue muggiva nella stalla di mia nonna? E io vedevo un enorme tappetone bruno-rossastro che fluttuava a mezz’aria davanti a me: si avvicinava, si restringeva, diventava una striscia sottile che andava a infilarsi nel mio orecchio destro. Tre rintocchi del campanile? Ed ecco tre dischi d’argento staccarsi lassù dall’interno della campana, e raggiungere fibrillanti le mie sopracciglia, sparendo all’interno della testa.

Federico nel primo anno di vita.

Tuttavia il rivelarsi della vocazione, l’imprinting come direbbero gli studiosi del comportamento, avvenne con il circo. Numerose volte, in modi diversi e sempre uguali, Fellini raccontò in scritti o per immagini lo stupore del suo primo ingresso sotto il tendone di un circo e l’incontro fatale con il clown Pierino:

Questa ebbrezza, questa commozione, questa esaltazione, questo immediato sentirmi a casa mia io l’ho provato subito, la prima volta che sono entrato sotto la tenda di un circo; e non era nemmeno l’ora dello spettacolo, con il chiasso della gente che si affolla e la musica che riempiva l’aria di fragore assordante; no, era la mattina presto e sotto il tendone dorato che respirava appena come una gran panciona calda, accogliente, non c’era nessuno. Si sentiva un gran silenzio, incantato, da lontano la voce di una donna che cantava sbattendo i panni e, solo, il nitrito di un cavallo, da qualche parte. Sono rimasto rapìto, sospeso, come un astronauta abbandonato sulla luna che ritrova la sua astronave. E quella sera stessa, quando seduto sulle ginocchia di mio padre, tra le luci abbaglianti, il clangore delle trombe, i ruggiti, le urla, l’uragano sussultante degli applausi, ho visto lo spettacolo, ne sono stato folgorato; come se di colpo avessi conosciuto qualcosa che mi apparteneva da sempre e che era anche il mio futuro, il mio lavoro, la mia vita. I clown aberranti, grotteschi, ciabattoni, straccioni, nella loro totale irrazionalità, nella loro violenza, nei capricci abnormi, mi sono apparsi come gli ambasciatori ubriachi e deliranti di una vocazione senza scampo, un’anticipazione, una profezia: l’annunciazione fatta a Federico.

E si ritorna come per incanto alla ‘scena primaria’, l’impronta indelebile nell’inconscio:

Il circo di Pierino, probabilmente piccolissimo, a me parve immenso, un’astronave, una mongolfiera, qualcosa con cui avrei viaggiato. Quando fu l’ora dello spettacolo, ed esplosero attorno a me le trombe, le luci, gli applausi, i rulli di tamburo, i lazzi gridati dei clowns, la loro ciabattante buffonesca stracciona ilare irrazionalità, mi sembrò confusamente di essere atteso, che aspettassero me. Mi parve che mi riconoscessero, come i burattini di Mangiafuoco quando dal palcoscenico vedono in fondo al tendone Pinocchio e lo salutano come uno dei loro, chiamandolo per nome, abbracciandolo e ballando insieme tutta la notte. …

Federico Fellini il giorno della prima comunione con il fratello Riccardo

Ciò che avvenne in seguito fu la pura conferma di un destino irrevocabile che trova compimento in un rito e un luogo consacrato, il Cinema Fulgor di Rimini. E’ in quella platea, davanti allo schermo illuminato che ha luogo l’avatar, il passaggio dell’anima in una diversa dimensione. La suggestione potente, ben descritta successivamente sia nel film Roma che in Amarcord, che l’artista era solito ricondurre (non a caso) alla madre. Aveva solo due anni, ben prima dunque del famoso Maciste all’inferno che il regista indica come primo titolo della sua carriera di spettatore:

Al cinema mi ci portò la mamma e non per il piacere mio ma per il suo: le era venuta voglia di andare al cinema e mi portò appresso. Non ho idea di quale film si trattasse, mi ricordo una serie di immagini favolose che subito amai. Anche prima che cominciassi a comprendere cosa stavo vedendo sapevo che era qualcosa di meraviglioso.

Dopo i primi dieci anni in cui i film erano ancora muti con accompagnamento musicale in sala, arrivò il sonoro e il regista rievoca con connotazioni inequivocabili la sostanza del suo precoce incantamento che si trasformerà a tempo debito in professione e in mirabile arte:

Da bambino ero solito sentirmi molto eccitato quando aspettavo seduto al Fulgor che il film iniziasse. C’era quella meravigliosa sensazione di anticipazione. In seguito ho avvertito la stessa sensazione ogni volta che mi avviavo verso lo Studio 5 di Cinecittà, solo che si trattava di un sentimento da adulto perché il controllo delle meraviglie che stavano per scaturire era nelle mie mani. È la medesima emozione totale che dà il sesso, un tremito nervoso, un’assoluta concentrazione, un sentimento totalizzante, l’estasi.

Una rara immagine che ritrae Federico Fellini (a destra) con il suo sceneggiatore preferito, il poeta romagnolo Tonino Guerra, durante una pausa di lavoro sul set. Insieme hanno vinto l’Oscar con Amarcord (1973).