Quando i grandi erano piccoli: Napoleone Bonaparte

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di Luca Novelli  – Giannella Channel

Il 2021 non è solo l’anno di Dante, è anche quello dell’Imperatore dei francesi che da adulto rovescerà l’Europa come un calzino. 

In casa lo chiamavano “Nabulio”. Per gli storici Inglesi – che non perdevano occasioni per denigrare la sua figura – Nabulio voleva dire “piccolo disordine”. È un soprannome sufficientemente ironico per un bambino che da adulto, alto appena 160 centimetri, rovescerà l’Europa come un calzino e diventerà un eroe nell’immaginario di molti.

Il futuro imperatore è nato quarto di una schiera di fratelli e sorelle, più numerosa di una squadra di calcio. Nasce ad Aiaccio a Ferragosto, il 15 agosto 1769, sotto il Segno del Leone, ovviamente. È figlio di una coppia della piccola nobiltà toscana emigrata in Corsica. Gli è dato il nome del nonno e del primogenito, morto prematuramente: Napoleone.

La casa dove viene alla luce è un palazzetto di tre piani che guarda il mare. Ora è arredato con quadri e quadretti di tutti i parenti diventati patrizi e regnanti. Doveva essere più sobria e meno ordinata quando era abitata dalla tribù di figli e figlie di Carlo Buonaparte e di Letizia Ramolino. Carlo, avvocato, è cancelliere, fa già parte dei notabili di Ajaccio quando la Corsica è ceduta alla Francia dalla Repubblica di Genova. Conosce bene Pasquale Paoli, del quale è stato segretario, promotore dell’indipendenza dell’isola. È ancora un giovanotto quando Letizia partorisce il futuro imperatore. Per Letizia è il quarto bambino. Del primo, morto pochi mesi dopo la nascita, era rimasta incinta a soli tredici anni. Ne era seguito il matrimonio riparatore con Carlo diciottenne e ancora studente. Seconda nata era stata Maria Anna, morta a un anno di età. Terzo nato, Giuseppe, nato nel ’68. Il primo a sopravvissuto alla moria infantile. Grazie al fratellino diventerà re di Napoli e poi di Spagna.

In Corsica

Napoleone, appena nato, è affidato a una balia, una contadina del podere di famiglia. Lo nutre con il suo seno e con latte di capra. Cresce sano e forte. Di lei ha avrà un ricordo così potente che in punto di morte la inserirà nel suo testamento, lasciandole il podere, la vigna e il frutteto di famiglia. Dei profumi della sua prima infanzia Napoleone avrà sempre nostalgia. Sono profumi che ritroverà sull’Isola d’Elba e rimpiangerà amaramente nel suo ultimo domicilio conosciuto, a Sant’Elena, isola vulcanica e infernale sperduta nel sud dell’oceano Atlantico.

Il piccolo Napoleone cresce in una casa sempre più affollata, con una madre occupata a tenerla in ordine e a gestire figli e figlie. Mantiene l’ordine a suon di ceffoni. È una donna tosta, che è stata accanto al marito durante gli scontri e le battaglie per l’indipendenza corsa. In famiglia si parla italiano.

A cinque anni troviamo Napoleone nell’asilo d’infanzia per bambine tenuto dalle suore beghine. È vestito come le sue compagne. Non tutte gli piacciono. Fa a botte e le prende in più di un’occasione, profezia della vita che lo aspetta da adulto. Un abate di nome Recco gli insegna a scrivere e contare. Lo definisce “ostinato, curioso e coraggioso”. Poi aggiunge “tende a sfidare nemici più grandi di lui”. Anche l’abate Recco sarà ricordato, con un piccolo lascito, nel suo testamento.

Il carattere, anzi il caratteraccio del piccolo Napoleone è già ben definito. Solitario, ostinato, manesco, non accetta nessuna autorità oltre a quella della madre, che non contesta mai, anche quando lo punisce duramente. È più forte e deciso di Giuseppe, il suo fratello maggiore, che maltratta in vari modi, anzi, lo sottomette. A sette anni ha un suo codice d’onore: accusato di aver rubato dell’uva da un paniere, nega di averlo fatto anche quando è picchiato, e non denuncia sua sorella, vera autrice del furto. Non stima invece suo padre, che accusa di aver abbandonato Pasquale Paoli e la causa dell’indipendenza. È un piccolo antifrancese convinto.

Studia da solo

L’abate Recco spesso divide i suoi allievi in Romani e Cartaginesi, e li mette in competizione. Quando Napoleone finisce tra i Cartaginesi subito si ribella e obbliga il fratello a cedergli il ruolo di romano. Detesta essere tra i perdenti.
È solitario e melanconico, ma se capita, non disdegna di mettersi a capo di una banda di ragazzini che finge una carica in battaglia. È attratto dalle cose militari, dalle uniformi lucenti e dalle parate. Sua mamma gli ha comprato un tamburo e una spada di legno. La sua massima ambizione da piccolo è indossare l’uniforme con le spalline dorate da gran maresciallo.

Comunque a scuola non impara molto. I suoi errori grammaticali entreranno nella storia. Studia più volentieri da solo, soprattutto matematica e scienze. Si costruisce persino una casetta sul terrazzo di casa, dove si rifugia con i suoi libri e i suoi giochi. Quando ha sette anni, lo zio Luciano, arcidiacono, gli dà lezioni di economia e gestione del patrimonio familiare. “Questo ragazzo se la caverà benissimo nella vita”, sentenzia il prelato di famiglia.

“Il generale Bonaparte e il genio della Vittoria”, dipinto di Andrea Appiani, Dalmeny House, collezione di Lord Rosebery. Notare che il genio ha un’altezza inferiore ai 160 centimetri di Napoleone.

In solitudine legge anche qualche libro di Rousseau, che non manca nella biblioteca di casa. Di Rousseau a nove anni legge La nuova Eloisa, e il libro gli fa “girare la testa”. Il piccolo, tosto Nabulio, futuro imperatore dei Francesi, esce così dalla prima infanzia.

In collegio

Papà Carlo, ex fervente nazionalista, aveva partecipato a vittorie e sconfitte della milizia capitanata da Pasquale Paoli. Infine si è schierato con i Francesi ed è stato accettato come membro della nuova nobiltà corsa. Nel 1778, quando il piccolo Napoleone ha quasi dieci anni, è nominato rappresentante della Corsica presso la corte di Luigi XVI a Versailles. È una grande occasione. È anche l’occasione per chiedere e ottenere dal Re di Francia una borsa di studio e l’iscrizione di tre dei suoi figli nelle scuole più nobili del regno. Giuseppe e Napoleone andranno al Collegio vescovile di Autun. La figlia Elisa entrerà nell’aristocratica scuola per dame di Saint-Cyr. Papà Carlo intanto va a Versailles, dove lo aspettano gli Stati Generali. Il Maggio 1779 si avvicina.

Per il nostro Nabulio è un momento delicato. Arrogante, provinciale, con un pessimo accento, straniero in casa dei suoi oppressori, si trova malissimo con i suoi compagni di collegio. Chi prova a prenderlo in giro riceve un bel pugno in faccia. Così gli stanno lontano. Comunque ad Autun, in Borgogna, nel collegio da gestito da frati francescani, rimane solo il tempo necessario per imparare decentemente il francese. È destinato alla scuola militare reale di Brienne, mentre Giuseppe è destinato alla carriera ecclesiastica. Quando si separano Giuseppe piange come una fontana, Nabulio, forse, una piccola lacrima.

In caserma

Napoleone entra nella caserma di Brienne il 19 maggio 1779. Entra accompagnato da un vecchio capitano. Vi rimarrà fino al 17 ottobre 1784. Entra bambino, uscirà ufficiale ragazzino. È piccolo per i suoi dieci anni, dicono gli storici. In realtà anche da adulto sarà nella media: 160 centimetri, 3 centimetri più della media dei francesi nel suo tempo.

Negli stessi anni la Rivoluzione fermenta. Napoleone, sente la marea crescere, ma forse non si rende neppure conto di quello che sta realmente accadendo fuori le mura di Brienne. Ha ancora problemi con i suoi coetanei, per il suo nome, per il suo colorito, per il suo francese terribile, per il poco denaro che gli manda il padre, che lo fa sentire poco adeguato. Ma impara la disciplina e l’arte del comando. Quando due fazioni di allievi si danno battaglia a palle di neve, assume il comando e porta alla vittoria chi lo segue.
Sull’arte della guerra si esercita anche da solo. Costruisce un recinto all’interno del quale schiera ciottoli di varie misure, come generali, ufficiali e truppe. Poi muove il suo esercito di sassi contro un altro di nemici. Quando un commilitone lo scopre, comincia a canzonarlo. E poiché non smette, si becca un bel sasso in fronte.

Dopo venticinque anni, lo troviamo al culmine del suo potere. Gli chiede udienza un tale che sostiene di essere stato suo compagno a Brienne. Napoleone non riconosce il nome, quindi fa chiedere all’aiutante di campo se chi chiede udienza può aggiungere qualcosa che può rinfrescargli la memoria. L’aiutante ritorna subito indietro: come risposta il richiedente udienza ha mostrato una bella cicatrice sulla fronte. Napoleone lo riceverà e lo tratterà come un vecchio amico.