Quando i migranti erano italiani


di Daniela Zanuso

Partivano soprattutto da lì i nostri migranti. Si imbarcavano per l’Argentina, il Brasile e negli anni successivi per gli Usa. Salpavano dal porto di quella città che ora ha creato un museo a testimonianza e memoria di quegli anni. E non poteva essere che Genova, una città che ha visto partire, tra il XIX e il XX secolo,  milioni di veneti, friulani e piemontesi prima,  campani, calabresi, siciliani poi. La città ha aperto il  Museo Memorie e Migrazioni  (MeM), un archivio di fotografie, diari di bordo, lettere, passaporti che documentano quegli anni, che raccontano le travagliate storie dei nostri connazionali emigrati. Il terzo piano del Galata Museo del Mare di Genova è interamente destinato a raccontare l’emigrazione italiana via mare.

Tra il 1860 e il 1885 sono stati 10 milioni gli italiani che si sono imbarcati per raggiungere le Americhe e nell’arco di un secolo quel numero  superò i 24 milioni. Un esodo.

Il viaggio non era esattamente una crociera: viaggiavano su brigantini a vela, molto simili alle “carrette” di oggi che,  nel migliore dei casi, impiegavano 10-12 giorni per raggiungere la meta. Se la raggiungevano. Montevideo,  Rio Santos, Buenos Aires, alle quali si aggiunsero dal 1892 New York, Boston.

Ispezione sanitaria a Ellis Island NY-1920

Fuggivano dalla miseria, dalla fame, dalle scarse, a volte nulle, prospettive di una vita migliore.  Non c’era alternativa. Spesso non trovavano niente di meglio, come raccontano le storie di alcuni di loro, costretti a raccogliere cotone o caffè nelle piantagioni  o ad accettare lavori umilissimi in cambio di salari da fame. Spesso sono stati al centro di fenomeni di sfruttamento e razzismo, vittime della cieca violenza di proclami e di leggi restrittive.  In generale erano malvisti e disprezzati e l’accoglienza  era peggiore rispetto a quella di altri stranieri.

La stessa cosa che succede oggi a tanti migranti che, su malridotti barconi, raggiungono le coste del Mediterraneo senza sapere cosa li aspetta. Perché la storia si ripete.

Varrebbe la pena di dedicare  il tempo per una visita  a questo museo dove, un passaporto interattivo ci consente  di partecipare ad un “viaggio virtuale”.  Una straordinaria ”avventura”  che ci porta come  migranti a vivere i momenti salienti di quei viaggi, a scoprire le sensazioni, le fatiche e le speranze che tanti hanno vissuto negli anni in cui gli italiani erano un popolo in fuga.

 

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