I Quasimodo della guerra

Quasimodo

di Claudia Terragni

#Overthefortress è un’iniziativa promossa da Melting Pot Europa, un progetto di comunicazione indipendente nato nel 1996. Quest’associazione ha organizzato un viaggio di qualche giorno, partito il 25 Marzo da Ancona e diretto a Idomeni, in Grecia. Quasi in Macedonia. Quasi. Lo scopo era quello di raccontare attraverso il sito Melting Pot Europa la situazione nelle zone di confine e nei luoghi di accoglienza emergenziale, sostenere la libertà di movimento offrendo generi di prima necessità e materiali informativi, nonchè costruire iniziative sociali e politiche per contrastare dal basso le attuali politiche di esclusione.

Marciare “over the fortress”, abbattere la fortezza europea. Oltre i fili spinati che delineano le frontiere, che da reti sottili sembrano assumere le dimensioni di enormi mura di pietra. Ostacoli millenari, una barriera di marmo bianco. Come le pareti di una cattedrale. Come le pareti di Notre Dame.

Victor Hugo di certo non immaginava che Notre Dame de Paris, uno dei suoi più celebri romanzi storici, sarebbe stato tradotto in musical moderno. E Cocciante e Plamondon, quando il loro musical debuttò a Parigi nel 1996, non immaginavano il successo che avrebbe riscosso lo spettacolo tratto dall’opera ottocentesca. Tuttora Notre Dame de Paris sta viaggiando per i teatri di tutta Italia. Credo che né Victor Hugo né Cocciante né Plamondon potessero prevedere quanto i temi affrontati nel loro dramma sarebbero rimasti attuali ancora oggi. Il viscerale dolore cantato dai personaggi è adesso più vivo che mai, in questa drammatica primavera del 2016. Mesi in cui il mondo occidentale chiude le porte. Si isola nella propria presunta sicurezza, un poco stizzito dalle urla di popoli interi in cerca di una nuova terra. Infastidito, come quando riattacchiamo il telefono in faccia all’operatore dell’ennesima agenzia telefonica.

Migliaia di uomini stanno affogando nel fango dei confini, in un pantano di sporco e emarginazione, proprio come gli zingari della Corte dei Miracoli. I personaggi di Notre Dame de Paris urlano a squarciagola uno straziante diritto d’asilo contro una barriera di sorda roccia grigiastra, come i profughi alle frontiere. I politici chiamati a gestire questa tragedia umanitaria assumono le fattezze dei gargoyles della cattedrale, enormi creature di pietra che guardano uomini contorcersi come vermi, dall’alto delle guglie, incontaminati, impassibili, protetti dall’altezza del loro potere secolare.

Nessuno sembra udire Esmeralda che canta al luccicante cielo notturno. Solo i divini astri sospesi nella galassia che si staglia oltre le guglie della basilica odono il suo inno di speranza. Esmeralda, che si sente “morire dalla voglia di vivere, vita che non sia vietata, che non sia proibita”. Come le donne che affogano nelle disperate acque del Mediterraneo, alla ricerca di questa osannata vita che non sia illegale. Anche loro muoiono dalla voglia di vivere. Come Esmeralda corrono tra le braccia di Febo, il sole. E come Esmeralda sono tradite dalle promesse del sole, di questo amante bugiardo che giura vita ma poi lascia la zingara al suo destino. Il sole che tramonta insieme al profilo delle coste europee, da sotto le onde che affondano il barcone.

La fortezza resta immobile alla vista degli scontri tra soldati e zingari. È forse troppo orgogliosa della propria bellezza, della propria storia: Notre Dame, così splendente e radiosa nei suoi possenti macigni. Ma non è certo la pietra a mantenere viva e melodiosa la cattedrale. La linfa vitale della basilica è invece un povero gobbo deforme che striscia tra gli antri bui delle cripte. È lui che suona le campane di Notre Dame. L’anima dell’Europa sono gli uomini e donne comuni che suonano le tre Marie del nostro agognato continente: le nostre vite normali fanno danzare le “donne di ferro”, che rintoccano e risuonano e riecheggiano.

Noi siamo i Quasimodo, con tutte le nostre malformazioni e paure. E anche noi come Quasimodo siamo chiamati a non ignorare le urla dei gitani fuori dalle mura protettive dell’invalicabile palazzo sacro. Non rimaniamo nascosti nell’ombra delle colonne. Innamoriamoci di Esmeralda. Lasciamoci cullare dall’armonia della suo voce soave, lasciamoci affascinare dalla sensualità delle sue forme. Forse allora non ci basteranno più l’oscurità dei corridoi e la malinconia delle candele accese dai fedeli. Riusciremo a spalancare i massicci portali di Notre Dame. Uscire alla luce del sole, all’incontro col diverso. Per scoprire che tanto diversi non siamo.

C’è un legame di umanità che ci lega allo straniero. Non possiamo rimanere indifferenti al dolore. Esmeralda non esita a dissetare Quasimodo quando viene condannato al supplizio della ruota. Il soldato romano non esita a porgere a Cristo in croce una spugna imbevuta di acqua e aceto. Culture diverse pulsano lo stesso sangue, pompato dallo stesso cuore. Basta ascoltare. Tendere l’orecchio a questo palpito, che rimbomba come i possenti rintocchi delle campane del tempio eretto alla Nostra Signora.

 

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