Quel che resta del Sessantotto

di Laurenzo Ticca

Ce n’est  qu’un debut  continuons le combat” (Non è che l’inizio, continuiamo a combattere). Bello, no?  Era il maggio 1968, era la Sorbona, era Parigi.  La società francese prendeva  fuoco. Fiamme ideologiche, ideali. Alimentate dal coraggio degli studenti, dalla loro ingenuità, dalla convinzione che il mondo potesse essere cambiato. 

Quanta distanza dalla cupa mestizia con cui oggi assistiamo al riemergere di fenomeni che sembravano legati ad un passato morto e sepolto. La nostalgia dell’uomo forte, la xenofobia, la difesa della razza bianca.  Cinquant’anni trascorsi inutilmente? Forse.

Pensavamo che quella stagione, nonostante le sue feroci contraddizioni, avesse abbattuto la parete di roccia che separava un presente soffocante da un futuro radioso.  Ingenuità imperdonabile. La realtà e la trama quotidiana dei rapporti di forza hanno preso la loro rivincita. Dalla Sorbona a Valle Giulia, ai cortei che negli Usa contestavano la guerra in Vietnam, ciò che resta del mitico Sessantotto è una nebulosa lontana anni luce, difficile da analizzare.

Deposito di valori, detonatore di una rivolta contro ogni forma di oppressione patriarcale. Finirono sul banco degli imputati:  il paternalismo, l’autorità, l’autoritarismo, la famiglia, le baronie universitarie, la disciplina di fabbrica, le schedature dei “sovversivi”.  Quella nebulosa, in Italia più che altrove, incontrò la classe operaia. Il 1969 giunge al termine di una lunga stagione di lotte  iniziata nei primi anni ‘60.

Una alleanza che preoccupò, atterrì, tanto che qualcuno decise che quella stagione  andasse soffocata nel sangue (il 12 dicembre, la strage di piazza Fontana, inaugura la strategia della tensione. E lo fa a pochi giorni dalla firma del contratto nazionale dei metalmeccanici). Tutto si irrigidì. I cortei si fecero duri, gli slogan feroci. Qualcuno decise che non restasse altra via che imboccare la strada criminale della lotta armata. 

L’ingenuità e la passione del maggio francese, degli studenti in corteo  cedettero la parola alle esecuzioni sommarie delle Brigate rosse. E tutto, o quasi, fu soffocato. Cosa resta di quegli  anni? Poco o nulla se non la lezione del femminismo la cui eco risuona ancor’oggi nella ribellione di molte donne contro l’oppressione di genere, contro la brutalità di certi maschi che, proprio come allora, considerano la donna cosa propria, corpo a propria disposizione, vittima da sacrificare sull’altare del proprio narcisismo ferito. Resta il fermento che in quegli anni attraversò la Chiesa (Il Concilio Vaticano II, la Populorum progressio) e che oggi rivive nelle parole di  Papa Bergoglio.

C’è chi ama il ’68 crogiolandosi nelle illusioni di un tempo e chi lo odia  vedendo nella forte carica individuale e nel soggettivismo di quella stagione il terreno sui cui sarebbe cresciuto  l’egoismo e l’individualismo degli anni ’80.   Il ’68 forse richiede ancora di essere pensato, esplorato. Fu una cesura ha scritto qualcuno. Un abbaglio,  per altri. Parte della biografia di un Paese che non riesce mai a mutare pelle. Dove tutto cambia perché nulla cambi. Saldamente ancorato ad un fondo reazionario che la fiammata del ’68 ha oscurato per un istante. Solo per un istante.

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