‘Qui città di M.’: l’atto unico che incanta il pubblico del teatro Binario 7

QUI CITTA' DI M. A.T.I.R.di Isabella Procaccini

Minuti e minuti di applausi al teatro Binario 7 per “Qui città di M.”, insolito giallo teatrale nato dalla penna di Piero Colaprico e messo in scena dalla regista Serena Sinigaglia, direttrice artistica del teatro A.T.I.R. RINGHIERA di Milano.

Tutto prende avvio in un normale lunedì mattina quando un capo cantiere ritrova due cadaveri, quello di una donna con la testa mozzata e quello di un uomo molto più giovane di lei, nel sito dove va a lavorare ogni giorno. A questo punto le indagini iniziano e sulla scena si alternano sette personaggi: il capo cantiere, la poliziotta, l’investigatore, l’uomo dell’obitorio, il responsabile della scientifica, la giornalista e il taxista. Sette personaggi, appunto, ma una sola attrice, Arianna Scommegna, vincitrice del premio UBU 2014 come migliore interprete.

È una prova d’attore pazzesca: per l’intera durata della pièce, circa 90 minuti, Arianna alterna sul palcoscenico sette identità completamente diverse mettendo in gioco una capacità plurilinguistica a dir poco eccezionale. Sono sette punti di vista differenti che guardano alla stessa storia: perplessità, indifferenza, speranza, tristezza, paura. Ogni sentimento provato dal personaggio viene trasmesso magistralmente dalla capacità interpretativa dell’attrice.

Non so davvero dire quale Arianna mi abbia emozionato di più, forse quella del finale complice, probabilmente, l’atmosfera creata dalla regista e dalla scenografa Maria Spazzi. Ma “Qui città di M.” non è solo un giallo; sullo sfondo, ma sempre presente, sempre e comunque protagonista c’è lei, la città di M. La città in cui i personaggi si trovano a combattere; in cui, ogni giorno, combattono Piero, Serena, Arianna… in cui combattiamo tutti noi che, in un modo o nell’altro, dobbiamo farci i conti con la città di M. La città di M. è Milano e “a Milano non si esiste, si resiste”.

A Milano si ha paura… paura dell’attentato, della bomba e della corruzione. Paura del diverso, del futuro e della morte ma, dice bene Arianna/Giornalista: “Se si smettesse di avere paura e ci si unisse… ma sai che forza!”. Emerge tutto questo dalle parole dei protagonisti, spesso parole amare, parole che si concretizzano in quel lenzuolo sporco di sangue issato a mò di fondale per rendere ben chiara l’idea di morte.

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Non è la prima volta che si vedono ganci che sollevano oggetti negli spettacoli della Sinigaglia: ma, se in Ribellioni Possibili, spettacolo del 2012, erano libertà e leggerezza ad essere portate in alto, in questo allestimento sono morte e degrado a trionfare sopra gli uomini. La città opprime, spaventa, schiaccia e uccide ma nessuno può fare a meno di lei.

Perché si rimane? Perché, prima o poi, si ritorna? Perché la città sa anche amare e quando ama diventa una meraviglia, una calamita, una “mamma” per dirla con Colaprico, “sì, una mamma dura, amara, che solo qualche volta ti sorride e quando lo fa tu dici: però, mia mamma quant’è bella.” La città di M. è sicuramente Milano, ma potrebbe benissimo essere Mosca, Madrid, Melbourne… M. come Madre e Morte, Miracolo e Maledizione, Magia e Mostro. M. come il Mistero che accompagna lo spettatore per l’intero svolgimento dell’intreccio e come la Meraviglia per un finale che nessuno può aspettarsi…

Isabella Procaccini

 

Quella città di M. che si materializza sul palcoscenico

Con La trilogia della città di M. lo scrittore Piero Colaprico riprendeva il titolo del capolavoro di Agota Kristof, La trilogia della città di K., elevando la Milano del Duemila, la Milano delle modelle e degli spacciatori, a protagonista pervasiva di inquietanti pagine noir.

Serena Sinigaglia, forse, fa di più. Condensa le forze oscure che si agitano dentro alla città e ai suoi abitanti nei pochi metri quadrati del palcoscenico, facendole confluire e polarizzandole su un’unica attrice, Arianna Scommegna. Che è bravissima a declinarle in ben sette personaggi, entrando ed uscendo con naturalezza dai panni dei protagonisti di Qui città di M., un  giallo a teatro scritto dallo stesso Colaprico e diretto dalla Sinigaglia.

Il capocantiere che scopre i due cadaveri, l’ispettore Francesco Bagni cui sono affidate le indagini, la poliziotta che canticchia Mina, il becchino che parla di Copernico, Darwin e Freud, il medico della scientifica, la giornalista ficcanaso e un po’ svampita, il tassista in pensione che si fa gli affari suoi. Attraverso di loro è la città a materializzarsi qui, davanti agli occhi degli spettatori, è lei la vera protagonista della vicenda, è in lei che si trovano la soluzione e la causa del delitto.
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M. come Milano e come merda, M. come mamma e matrigna. La città, fatta di cantieri, palazzine, campi da tennis e tanta, tanta paura, ritorna continuamente nei discorsi e nei monologhi dei suoi ‘figli’ che sfilano sul palco, che si agitano sulla scena del crimine, che parlano e parlano senza parlare in fondo con nessuno.

Ciascuno, da bravo cittadino affaccendato, non sembra vedere o sentire nulla, intento al proprio compito: trovare l’assassino, prelevare campioni per le analisi, portare i morti all’obitorio, fare il proprio scoop. ‘Figli’ che parlano – e qui Arianna è bravissima – con accenti diversi, stratificati, del sud e del nord, perché a Milano si approda da ogni parte d’Italia, perché solo qui si può trovare ‘il’ lavoro.

Figli che appartengono a ceti sociali differenti, ma che in fondo sono immersi fino al collo nella stessa M., quella mamma che li ha resi orfani, ma che, allo stesso tempo, è penetrata in loro, plasmandoli dall’interno e muovendone le azioni. Perché a stare tanto in una città, dice uno dei personaggi, a un certo punto, tra lei e te, non capisci più dov’è il limite.

 

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