Razzismo, una giornata per dire no

di Francesca Radaelli

“Dimmi, babbo, cos’è il razzismo?”

“Tra le cose che ci sono al mondo, il razzismo è la meglio distribuita. E’ un comportamento piuttosto  diffuso, comune a tutte le società tanto da diventare, ahimè, banale. Esso consiste nel manifestare diffidenza e poi disprezzo per le persone che hanno caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre”

(Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, 1999)

Si celebra oggi la giornata ‘per l’eliminazione della discriminazione razziale’. Una ricorrenza dalla denominazione forse sin troppo pomposa, arzigogolata e astratta, dietro cui si cela però un evento terribile, un massacro perpetrato in nome della segregazione razziale. Era il 21 marzo del 1960 quando a Sharpeville in Sudafrica, nel pieno dell’apartheid, 300 poliziotti bianchi uccisero 69 manifestanti che protestavano contro l’Urban Areas Act.  Ovvero la legge che impediva ai neri l’accesso a determinate aree cittadine riservate a bianchi, e imponeva loro di esibire uno speciale permesso se venivano fermati nelle zone off limits. L’evento è passato alla storia come il massacro di Sharpeville e sei anni dopo, nel 1966, l’Onu ha stabilito di dedicare questa data alla lotta contro il razzismo.

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Qual è il senso di questa ricorrenza? Qual è il suo significato oggi, in un’epoca martoriata dal terrorismo, dall’odio religioso, dagli scontri di civiltà, dalle vittime migranti? Forse, per capirlo fino in fondo, il segreto è partire da noi stessi, dal nostro modo di vivere le relazioni nella quotidianità di ogni giorno. Perché, se per spiegare il razzismo e mostrarne in modo tangibile gli effetti più grotteschi non c’è simbolo migliore dell’apartheid sudafricana, che si presentava a tutti gli effetti come una discriminazione codificata a norma di legge, non bastano certo Abramo Lincoln che abolisce la schiavitù o Nelson Mandela che pone fine alla politica di segregazione per debellare definitivamente la paura per il diverso dai pensieri, dal linguaggio e dalle azioni di ciascuno di noi, e dalla quotidianità delle nostre vite. A scuola, al lavoro, al supermercato, sul treno, le persone che appaiono diverse sono spesso oggetto di diffidenza e paura, rappresentano una minaccia, e spesso preferiremmo che non avessero nulla a che fare con noi, che se ne stessero lontane, se non nei loro paesi almeno su un altro vagone, oppure in una classe che non sia quella dei nostri figli. Spesso la domanda è: perché devono stare sulla mia strada? Insomma, se sorprendersi ad augurarsi una sorta di apartheid ‘per convenzione’ non è bello, è però un fatto che il diverso suscita in noi, d’istinto, una gran paura.World-Unity

Come fare allora per combattere davvero, sul nascere ogni seme di discriminazione razziale? A indicare la strada, semplice, ovvia ma forse non ancora percorsa fino in fondo, sono ancora una volta le parole che Tahar Ben Jelloun rivolge alla figlia di dieci anni:

 “C’è la natura e poi c’è la cultura. In altre parole c’è il comportamento istintivo, senza riflessione, senza ragionamento, poi c’è il comportamento razionale, quello che deriva dall’educazione, dalla scuola e dal ragionamento. E’ ciò che si chiama cultura in contrapposizione alla natura. Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli ala mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri”.

Francesca Radaelli

 

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