Morte di uno scrittore

Riccardo_Bacchelli
di Francesca Radaelli

Trent’anni fa, a Monza, moriva Riccardo Bacchelli. Era l’8 ottobre 1985, l’autore de ‘Il Mulino del Po’, ‘Il Diavolo al Pontelungo’ e molto altro aveva 94 anni e da poco più di otto mesi era ricoverato presso la clinica Zucchi, dove era stato trasferito dopo essere stato a lungo ospite della clinica Città di Milano. Dal 1980 era proprio la municipalità del capoluogo lombardo a farsi carico delle spese di ricovero, compiendo un vero e proprio strappo alle regole in ragione della stima dovuta a uno scrittore di altissimo profilo, socio dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia della Crusca, che si trovò a vivere gli ultimi anni della sua lunga vita in condizioni di povertà e malattia.

Una vita forse troppo lunga. “Un corpo ingombrante”, quello dell’anziano scrittore di Bologna, come lo definì malinconicamente in quei mesi il collega Oreste Del Buono. La famiglia, su segnalazione della regione Lombardia, decise di sollevare dall’imbarazzo il comune di Milano (che di fatto stava pagando le cure sanitarie a un privato cittadino) e di trasferire l’anziano scrittore, ormai allettato, presso la struttura monzese, che risultava meno costosa, grazie alla convenzione con il sistema sanitario nazionale, ed ugualmente in grado di garantire le cure geriatriche di cui Bacchelli necessitava. La moglie Ada, 93 anni, compagna di una vita, negli ultimi mesi si faceva accompagnare a Monza in automobile, dalla sua casa di Milano, e rimaneva pomeriggi interi al capezzale del marito, che ancora la riconosceva.

Bacchelli (al centro) con Nino Rota (a sinistra) e Bruno Maderna. Con i due musicisti lo scrittore collaborò a diverse opere teatrali.

Bacchelli (al centro) con Nino Rota (a sinistra) e Bruno Maderna. Con i due musicisti lo scrittore collaborò a diverse opere teatrali.

Nei mesi precedenti la morte dello scrittore erano stati non pochi gli intellettuali a mobilitarsi, numerosi gli appelli alle istituzioni culturali e statali perché stanziassero un sussidio economico a favore di un letterato che tanto aveva dato al nostro Paese, come romanziere, giornalista, drammaturgo. Se però l’editore Mondadori aveva deciso di pagargli in anticipo i diritti sulle opere, l’unico stratagemma che lo Stato avrebbe avuto per aiutare Bacchelli economicamente sarebbe stato nominarlo senatore a vita per i suoi meriti: in questo modo avrebbe potuto offrirgli il vitalizio previsto per i membri del Senato della Repubblica. Più o meno contemporanee a quella di Bacchelli furono le vicende degli scrittori Elsa Morante e Ignazio Silone, anch’essi bisognosi di cure costose, e altri illustri letterati già si erano spenti in povertà.

Le cause delle difficoltà economiche potevano essere le più diverse, restava comunque il fatto che pareva assai poco decoroso che personaggi tanto celebri della cultura contemporanea italiana terminassero i propri giorni in condizioni di miseria. E fu così che l’8 agosto 1985, venne approvata la cosiddetta Legge Bacchelli che ancora oggi prevede la possibilità, da parte del governo, di assegnare un fondo straordinario a favore di cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità e che si segnalino per meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport. Negli anni ne hanno beneficiato, tra gli altri, Anna Maria Ortese, Gavino Ledda, Alda Merini, Guido Ceronetti e Giorgio Perlasca.

alda merini

Tra i beneficiari della Legge Bacchelli ci fu anche Alda Merini

Il dibattito sulla legge in realtà è ancora aperto e abbraccia sì il rapporto tra Stato e cultura ma anche la questione del dritto all’assistenza sanitaria. C’è per esempio chi, come lo scrittore Aldo Busi, si è espresso più volte contro una legge ‘ingiustamente elitaria’, che vorrebbe aiutare i poeti, non curandosi invece dei ‘non poeti’ che si trovano in difficoltà e abbandonandoli al loro destino di miseria o malattia. C’è anche chi ha rifiutato di ricevere aiuto dalla Legge Bacchelli, come l’attrice Laura Antonelli, recentemente scomparsa, chi non ha voluto chiederla per sé per senso di pudore e chi invece l’ha richiesta pubblicamente uscendo allo scoperto, anche mediaticamente.

Quel che è certo è che Riccardo Bacchelli, di questo provvedimento così controverso che porta il suo nome, non se ne fece molto. Due mesi dopo l’approvazione della legge, lo scrittore si spense nella sua stanza della clinica Zucchi. Quel giorno l’anziana moglie non era ancora venuta a trovarlo. “Ada, Ada”: furono queste, secondo quanto raccontò l’infermiera personale, le ultime parole di Riccardo Bacchelli. Se non fosse stato scrittore (e accademico dei Lincei) sarebbero state, probabilmente, le medesime.

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