Ripartiamo dall’ambiente!

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di Francesca Radaelli

L’ambiente ai tempi della pandemia. O meglio il Covid come sintomo di una crisi più ampia che riguarda il rapporto dell’uomo con il pianeta Terra. Il tema, attualissimo in tempi in cui si ritorna a parlare di nuovi Dpcm, è stato il filo conduttore dell’incontro organizzato dal gruppo Monza Ambiente Solidarietà lo scorso venerdì 16 ottobre. “Colpo di Covid-Fase 2” il titolo dell’appuntamento, che è stato condotto da Fabrizio Annaro e trasmesso in diretta streaming.

Obiettivo: cercare idee per ripartire dopo lo shock della pandemia, dando spazio a un rapporto più equilibrato con l’ambiente.

Come? Dialogando insieme, partendo da punti di vista diversi e cercando di costruire insieme qualcosa di nuovo. Tra i partecipanti a questo dialogo ‘costruttivo’ il giornalista Alfredo Somoza, esperto di geopolitica internazionale, alcune giovanissime ragazze del movimento Fridays for Future di Monza e Alessio Tavecchio, creatore di una Fondazione attivissima nel campo della solidarietà, ma anche della sostenibilità ambientale.

Un’immagine dell’evento, in scena al Liberthub di Monza e trasmesso in diretta streaming

Covid e ambiente: una relazione c’è

Quale relazione tra Covid e cambiamenti climatici? Da questa domanda ha preso avvio l’analisi di Alfredo Somoza sulla relazione tra dinamiche socio-economiche ed ambiente nel mondo globalizzato. Il giornalista, dialogando con Fabrizio Annaro, ha evidenziato come ad oggi l’unica certezza scientifica sul tema sia nella relazione tra la distruzione di vasti ambienti naturali, la scomparsa di biodiversità e l’origine animale di alcuni virus degli ultimi tempi. Di questi, il Covid è quello che ha portato alle conseguenze più tragiche:

“Stiamo diffondendo una massiccia presenza umana in zone del mondo in cui non era prevista. L’Amazzonia è un ottimo esempio: distruggiamo porzioni di foresta per coltivare soia e allevare bestiame. Da questi ambienti fuggono gli animali, raggiungono le zone abitate, e con loro anche quei virus che possono diventare pericolosissimi nel momento in cui vengono a contatto con l’uomo attraverso l’alimentazione. Non a caso la diffusione del Covid è partita dai mercati alimentari cinesi, dove gli animali sono esposti vivi prima di essere uccisi e venduti ai compratori. Il pericolo è questo. Le pandemie non nascono nei laboratori, ma dai virus che fanno il salto di specie, dagli animali a noi. E tutto questo a causa di un contatto tra animali ed esseri umani causato dall’attività stessa dell’uomo, che è andato a distruggere il loro ambiente naturale”.

Da sinistra: Alfredo Somoza e Fabrizio Annaro

La pandemia come conseguenza di un disequilibrio ambientale, dunque. E il rischio è che ci siano altre conseguenze analoghe anche in futuro, avverte Somoza: “La Spagnola all’inizio del Novecento è stata la prima grande pandemia ed è scoppiata in un’epoca in cui le diverse aree del mondo erano collegate per via del colonialismo e delle vie commerciali. Adesso il pericolo è molto maggiore: la Spagnola non colpì l’Estremo Oriente e l’Africa, la globalizzazione di oggi riesce ad andare molto più in profondità”. In effetti in breve tempo il Covid è arrivato ovunque, anche dentro la stessa foresta amazzonica.

Una politica internazionale spesso inadeguata

La soluzione? Secondo Somoza sta nell’imboccare una strada di cooperazione, tornando al multilateralismo e a ragionare come comunità mondiale,  sia sul cambiamento climatico sia sulla cooperazione in campo sanitario: “Assistiamo oggi a una cosa vergognosa: la lotta per accaparrarsi mascherine e farmaci a suon di dollari. C’è una guerra tra Usa ed Europa sui vaccini europei, i Cinesi sembra stiano lavorando a un loro vaccino. Insomma viviamo in una mancanza di cooperazione che non aiuta certo a uscire da un’emergenza”.

Una battuta anche sul recovery fund e sull’Unione europea. Per Somoza l’Europa è all’avanguardia mondiale, sia a livello di obiettivi sia di azioni realizzate: “Non vuol dire che sia un optimum, ma che il resto del mondo sta andando molto male. L’Unione invece si è data dei piani molto ambiziosi. Entro il 2030 ridurre il 60% delle emissioni – sarebbe qualcosa di clamoroso! – ma soprattutto dei vincoli nell’utilizzo dei fondi. Per esempio, in Italia sul Recovery Fund c’è un grande malinteso: non si è capito che implica una progettualità e che per essere finanziato il progetto deve sottostare a determinate regole. Le ha spiegate Ursula Von Der Leyen, la presidente della Commissione europea: il 37% dei fondi deve essere destinato a investimenti green nell’ambito della riconversione energetica, del dissesto idrogeologico, un altro 20% sulla digitalizzazione.”

Investimenti che dovrebbero dare ai paesi europei la possibilità di attrezzarsi per il futuro. “Nel deserto dei tartari l’Europa brilla”, conclude Somoza, “ma da sola non si salva e il cambiamento climatico non lo combattiamo solo in Europa”.

Papa Francesco, “Fratelli Tutti” e pandemia

A proposito di pandemia Fabrizio Annaro legge le parole dell’ultima enciclica di Papa Francesco, “Fratelli tutti”: “Se tutto è connesso”, scrive il Papa, “è difficile che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di un castigo divino e neppure basterebbe affermare che il danno causato dalla natura alla fine chieda il conto ai nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella”.

Un’enciclica che, come commenta Somoza, insieme alla ‘Laudato Si’ di quattro anni fa, rappresenta un aggiornamento della dottrina sociale della Chiesa e promuove il connubio tra ambiente e fratellanza. Non c’è salvezza per il pianeta dal punto di vista climatico, dice il Papa, se non si genera anche un ‘clima’ di fratellanza: “Io parlo di multilateralismo da un punto di vista laico, il Papa esprime una posizione simile con un lessico religioso”, sottolinea Somoza.

C’è la tendenza a pensare che quando arriverà il vaccino potremo tornare a quello che facevamo prima, fa notare Annaro. “Ma l’enciclica parla della prevenzione della malattia come strumento per voltare davvero pagina. E il cambiamento climatico non potrà essere abbattuto se persistono le disuguaglianze. Dev’essere concessa a tutti la possibilità di scegliere come consumare e quanto inquinare. Una persona che vive con un dollaro al giorno non può scegliere. In questa direzione”, conclude Somoza, “guarda il nome stesso del nostro gruppo di Monza: Ambiente e Solidarietà sono le due gambe su cui poggia il futuro di tutti”.

Un esempio di ambiente e solidarietà: l’agriparco di Alessio Tavecchio

La sfida, in fondo, è passare dalle considerazioni generali a interventi concreti, sul singolo territorio. Sul nostro territorio. Eppure gli esempi positivi ci sono.

Proprio in questa direzione, coniugare ambiente e solidarietà, guarda il progetto realizzato, all’interno della città di Monza, dalla Fondazione Alessio Tavecchio. “Innovativo, quasi futurista”, lo definisce Emanuele Patrini dialogando con lo stesso Alessio Tavecchio.

Un momento del dialogo tra Emanuele Patrini e Alessio Tavecchio

Il progetto si chiama “Accolti e Raccolti” e consiste un vero e proprio ‘agriparco’, realizzato in via Papini, alle porte del centro di Monza. L’agriparco comprende un orto e un vigneto solidali e didattici pensati per la comunità, destinati ad essere fruiti da persone con disabilità (grazie a una pedana di quasi 800 metri quadrati per le sedie a rotelle), studenti, richiedenti asilo e anziani e per il coinvolgimento dei cittadini, delle cooperative, delle scuole, degli enti pubblici e delle associazioni presenti sul territorio. Proprio in questa ‘apertura’ sta la dimensione sociale e solidale del progetto. 

L’attenzione all’ambiente, invece, sta nel modo in cui è realizzata la coltivazione in questo orto urbano: “Coltiviamo ortaggi e frutta in modo naturale, con la pacciamatura, senza uso di pesticidi, con l’uso della tecnologia dei sensori per migliorare la coltivazione”, spiega Tavecchio.  Ritorno alla natura e rispetto dell’ambiente ma anche tecnologia: Cisco per esempio è uno dei main partner dell’iniziativa. “In questo momento di difficoltà vogliamo essere una risposta”.

E in qualche modo, partendo da sé stesso e dalla sua sedia a rotelle, Tavecchio indica un po’ a tutti la strada per ripartire nel modo giusto di fronte alla tragedia del Covid: “In fondo è una prova, come quella che ho affrontato io quando, dopo l’incidente in moto,  mi hanno detto che non avrei più camminato. Forse le prove, i momenti difficili arrivano affinché le nostre menti, la nostra creatività facciano un salto di qualità”. 

Fridays for Future: nuovi progetti dopo la piazza ‘digitale’

La palla passa quindi ai giovani. O meglio, alle ragazze di Fridays for Future Monza, Amalia Fumagalli, Eleonora Porcu ed Eleonora Caldi, che nel dialogo con Davide Villa, iniziano raccontando le iniziative del movimento durante il lockdown. E, ascoltandole, si scopre che l’impossibilità di scendere in piazza può diventare un’opportunità per trasformare le manifestazioni di massa a ‘manifestazioni’ di individui. È quanto accaduto durante i ‘digital strike’, in cui ciascuno è stato chiamato a ‘metterci la faccia’ sulla piazza dei social network.

E proprio la volontà di immaginare la ripartenza ha portato il movimento a fare un passo verso la classe politica. “A livello nazionale abbiamo lanciato la campagna ‘Ritorno al Futuro’, in cui abbiamo raccolto sette punti da cui ripartire”, sottolinea Amalia. “Tra i più importanti c’è la transizione ecologica energetica: è indispensabile per il futuro, per il nostro futuro, e può essere realizzata solo con un impegno maggiore di investimenti pubblici. Altro punto a cui teniamo molto è la necessità di investire in ricerca e istruzione. Ma anche ripensare la catena agroalimentare”. Tra i destinatari delle campagne del movimento anche le istituzioni lombarde: La Lombardia è il cuore economico dell’Italia, per questo occorre che soprattutto qui la ripartenza sia più attenta all’ambiente. Purtroppo il Consiglio Comunale di Monza ha deciso di non approvare il documento della Dichiarazione di crisi climatica…”.

Da sinistra: Amalia Fumagalli, Eleonora Porcu, Eleonora Caldi e Davide Villa

La prima manifestazione dopo il lockdown  è stata fatta proprio davanti al Comune: “Abbiamo portato tantissime scarpe e le abbiamo posizionate a un metro fra loro”, dice Eleonora, raccontando la ‘ripartenza’ del movimento dopo il lockdown. “Per dire: siamo tornati. Le scarpe rappresentavano tutte le persone che avrebbero dovuto essere lì ma non avevano potuto esserci a causa del virus. Quindi sono ricominciate le assemblee del venerdì. Oggi, per esempio, abbiamo parlato di come riqualificare la città rendendola più verde, e contrastando la cementificazione. Abbiamo realizzato uno sciopero globale il 9 ottobre, a cui hanno partecipato 200 persone, riuscendo a mantenere le distanze previste.  Abbiamo coinvolto tantissimi studenti, e altri si sono avvicinati a noi durante la pandemia”.

Costruire insieme un futuro green

Un movimento di giovani ragazzi potrà diventare in futuro punto di riferimento per realtà mondo economico e produttivo interessate a diventare più green?, viene chiesto.

“Per adesso portiamo avanti soprattutto la sensibilizzazione dei giovani, che ha anche l’obiettivo di creare una nuova concezione del lavoro e dell’economia”, risponde Eleonora. “Attraverso una presa di coscienza dei problemi climatici, vogliamo soprattutto far nascere nei giovani il desiderio di plasmare un futuro nuovo. In futuro verrà dato spazio a ruoli nuovi di ingegnere ambientale, consulente energetico. Il nostro obiettivo è cambiare alcuni modi di pensare delle persone, spingerle a riplasmare la propria vita e le scelte di consumo, dall’alimentazione all’abbigliamento”.

Un movimento di rottura, ma che non si sottrae al dialogo, sottolinea Fabrizio Annaro.  

E in conclusione arriva l’invito di Marco Riboldi: “Pensiamo insieme qualche progetto rivolto alla città. La dichiarazione ambientale proposta non deve restare lì. Si potrebbe pensare insieme a proposte progettuali più concrete rispetto alla dichiarazione d’intenti respinta dal consiglio comunale di Monza. Magari una proposta da avanzare alle piccole realtà produttive del territorio”.

All’incontro, tra l’altro, sono presenti anche esponenti del mondo delle cooperative sociali di Monza. Forse, insieme – giovani e adulti, studenti, terzo settore e imprese – si può provare a costruire una strada nuova. Non per curare il ‘sintomo’ , ma per prevenire la malattia. A Monza qualcosa si muove: il dialogo è cominciato.

Ecco il video con tutti gli interventi