Salvini mi ruba il lavoro

di Paola Biffi

Partiamo con un esempio. Devo fare un nuovo impianto per la corrente elettrica e l’elettricista, facendo una stima del lavoro, mi consiglia di installare una serie di cavi e quadri per portare la corrente in tutte le stanze. Io potrei rispondere, per quel che me ne intendo di sistemi elettrici: “no, mi sembra un lavoro inutile, mi faccio io tre fori nel muro per la luce e la ricarica del telefono.”Il fatto è che io, del lavoro dell’elettricista, posso capire solo il risultato, la parte visibile e utile del servizio, ovvero i tre fori in cui mettere le prese per accendere la luce. Non vedo e non conosco tutto quello che ci sta dietro.

Con il decreto legge sull’immigrazione e la sicurezza, tanto discusso in questi giorni, Salvini ha spostato 42 milioni di euro dal sistema di accoglienza SPRAR al sistema dei rimpatri, per il quale saranno destinati 500mila euro nel 2018, un milione e mezzo nel 2019 e un altro milione e mezzo nel 2020.

Concretamente, con l’abrogazione del diritto di protezione umanitaria e l’estensione da 90 a 180 giorni di trattenimento nei Centri per il Rimpatrio (cpr), si prospetta una riduzione drastica dell’accoglienza nel sistema SPRAR e dunque la chiusura dei centri e dei progetti in funzione nei comuni. La conseguenza sarà un aumento significativo di persone migranti irregolari in strada, senza alloggio e possibilità lavorative e quindi facilmente esposti ad atti di piccola e media criminalità, se non addirittura facili esche per la criminalità organizzata.

Per questo, il Ministro dell’Interno risponde, in termini di sicurezza, con l’estensione dei reati che comportano la revoca dello status di rifugiato, la dotazione dei taser per le polizie municipali dei comuni con più di centomila abitanti e altri provvedimenti che mirano a rendere o invisibile o illegale la figura del richiedente asilo sul nostro territorio.

Tre fori nel muro: rimpatrio, illegalità, polizia, a danno di tutto l’impianto che è accoglienza, progettualità, integrazione, lavoro, diritti, soggettivizzazione, futuro, multiculturalismo, partecipazione, comunità, cittadinanza, confronto, comprensione, impegno civile.

La domanda sorge  spontanea: se chi direttamente, ogni giorno, lavora nell’ambito dell’accoglienza, chi conosce le difficoltà, gestisce i progetti e i fondi a questi destinati, studia e costruisce tali sistemi, ripete ormai da mesi la pericolosità  sociale e concreta di quanto dice il decreto legge Salvini, non sarebbe forse il caso di dare valore e ascolto a tali preoccupazioni? Non saranno forse tali preoccupazioni più fondate? Insomma, non sarebbe più giusto ascoltare chi ne sa davvero e non chi guarda solo al risultato?

Dal tavolo di coordinamento per il nuovo sistema di accoglienza dei richiedenti asilo emerge la riduzione della quota base di 35 euro per migrante: si passerà a 19 euro per gli ospiti dei grandi centri e a 26 euro per gli ospiti dei piccoli centri. Ridurre questa quota significa compromettere quindi proprio quei servizi, come corsi di italiano, progetti di inserimento sociale e al lavoro e quelle professionalità, quali mediatori culturali, educatori, psicologi, che, per quanto non siano fondamentali per la sopravvivenza della persona (c’è da chiedersi cosa, in una società moderna e democratica, sia da considerare un bisogno, e quindi un diritto, fondamentale), contribuiscono a creare quella rete di opportunità per permettere alla persona migrante di costruirsi un progetto di vita concreto.

Con la diminuzione dei fondi ai progetti SPRAR, diminuiscono anche i centri di accoglienza gestiti da personalità professionali competenti, le cooperative e gli operatori sociali si trovano a dover chiudere progetti e ridurre il personale. È in questo senso importante ricordare che il decreto legge non nuoce solo ai richiedenti asilo, ma anche a tutte quelle professionalità che oggi devono lottare per la credibilità del proprio sapere e del proprio operare e che si ritrovano la bocca tappata da chi, incompetente e saccente, trasforma la loro professionalità in buonismo, la complessità dell’intervento in un inutile braccio di ferro.

Ma chi lavora seriamente non ha, o non dovrebbe avere, bisogno di grandi manifestazioni di potere, di giochetti mediatici, chiede soltanto lo spazio per continuare a fare, e migliorare.

Per questo Salvini, al di là delle migrazioni, sta insultando tutta un’area professionale che proprio in un periodo delicato come quello contemporaneo dovrebbe invece essere valorizzata. Non solo, è parte di un’idea democratica di Stato quella di dare a ogni cittadino la possibilità di agire con il proprio sapere teorico e concreto nella costruzione e gestione della vita pubblica e sociale.

Mi chiedo se, in questo senso, sia possibile una conciliazione tra l’agire sociale e il dire politico: perché i progetti e le idee spesso efficaci portati avanti da operatori nel sociale perdono completamente il loro valore e la loro forza una volta scavalcate le soglie del discorso politico?

La retorica del nulla sta forse risucchiando anche l’agire concreto della popolazione, che dovrebbe essere invece testimone di quanto, nei fatti, l’accoglienza in Italia è possibile e funziona in molte realtà.

A ognuno il suo, si potrebbe rispondere, fare politica è sicuramente diverso che fare l’educatore o l’elettricista. Però fare politica, essere rappresentante di un popolo, implica il potere, e la responsabilità, di limitare, o garantire, l’agire dell’educatore e dell’elettricista.

Per questo, a nome delle professionalità già citate, vorrei in conclusione chiedere al Ministro dell’Interno di non rubarci il lavoro. Pagare un milione e mezzo di euro l’anno per cacciare dal mio Paese persone che, in quanto tali, hanno storie, idee e possono dare il contributo per un’Italia migliore e diversa, è un’offesa al nostro essere studenti, al nostro essere lavoratori, al mio essere italiana.

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