San Patrignano: la comunità che ridà senso alla vita

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sanpa33wSono circa 1300 le persone ospitate all’interno della comunità San Patrignano, frazione del paese Coriano, in provincia di Rimini. Dal 1978 ne sono passate più di 25000, anno in cui Vincenzo Muccioli inaugurò questo luogo custodito tra i colli riminesi. Una comunità che sembra essere volutamente allontanata dallo stordimento e dal chiasso, che la celeberrima città offre costantemente ai giovani, che vogliono rifugiarsi in sballo e divertimento.

A Sanpa, diminutivo usato per indicare la comunità, incontri gli stessi ragazzi, che anni prima sono inciampati in quello che è il trabocchetto della droga, capace di conquistarti e di farti suo, con quella sua finta capacità di donare libertà e pace, stati d’animo che dentro te non sai trovare. Ciò che colpisce appena varchi la soglia è che sei in un luogo che desidera darti un’opportunità. Qui dentro c’è posto per tutti, per qualsiasi persona desideri cambiare il suo modo di vivere. Per intraprendere il percorso di rieducazione, è necessario avere la consapevolezza che ci starai per una durata minima di tre anni e che se solo se sei ben motivato puoi portarlo avanti.

Ce lo spiega Filippo, un giovane di 29 anni che ha iniziato a drogarsi all’età di 17 . La ricerca dell’eccesso lo ha condotto a iniziare con la cannabis fino ad arrivare alla cocaina e nonostante i primi problemi con la giustizia e la prima comunità il rendersi conto che aveva bisogno di aiuto è stato davvero complicato: «Mia sorella ha rappresentato un ruolo importante in tutta questa vicenda. È grazie a lei, al suo sostegno se ho iniziato a chiedere aiuto».

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La scelta di venire a San Patrignano è stata compiuta assieme a lei: dapprima nella associazione milanese, in cui è iniziato il percorso propedeutico all’inserimento nella comunità vera e propria, San Patrignano, in cui vive ormai da due anni: «L’impatto con questa comunità è stato davvero forte. Ho dovuto imparare a sopportare la fatica, a sapermi adattare, a entrare in relazione con l’altro. Fuori ero un solitario, non mi piaceva fare discussioni, me ne stavo sempre per i fatti miei. Qua sono stato costretto a mettermi in discussione, ad avere chiarimenti,  a confrontarmi con chi non sopporto. È stato difficile capire che le persone non volevano semplicemente intromettersi nella mia vita, ma che volevano aiutarmi». Filippo è stato inserito nel settore di falegnameria in cui dice «faccio e rifaccio. Imparo dai miei errori, imparo un lavoro che al di fuori da qua può tornarmi utile».

In fondo lavorare il legno è come lavorare la propria vita, si impara dai propri sbagli, a distanza di tempo si possono notare le crepe o constatare la propria bravura nell’aver dato vita a un qualcosa di solido e perenne. Filippo dà il meglio di sé anche nella squadra di calcio che, inserita nel campionato della seconda categoria, è rimasta prima in classifica per tutta la stagione invernale.

Un'istantanea dell'intervista
Un’istantanea dell’intervista

C’è poi Alice, una ragazza di 25 anni. Finalmente, dopo quattro anni e due mesi, è arrivata al completamento del suo percorso e ha iniziato la strada per il reinserimento nella società. Attualmente sta svolgendo uno stage presso l’ufficio eventi della comunità. È ragazza molto dolce che racconta la sua storia con un velo di imbarazzo. A soli 15 anni il primo contatto con le sostanze, giri di amicizie con ragazzi più grandi, fino all’innamoramento per una persona tossicodipendente. A casa una situazione difficile da cui scappare, un padre assente che quando tornava a casa si rifugiava nell’alcol e rendeva insopportabile l’ambiente famigliare, dal quale Alice non vedeva l’ora di fuggire.

Questa sua costante percezione di inadeguatezza rispetto alla vita e il desiderio di tranquillità, l’hanno portata alla convivenza con questa persona: l’inizio della fine. Alice sostiene è grazie all’amore di sua madre se ha potuto cambiare: «le mamme sono le uniche persone che capiscono fino in fondo ciò che stai passando». Parla del primo anno passato a Sanpa, il distacco con i propri famigliari previsto dal regolamento è stato un impatto molto duro: «non immaginavo che i miei genitori e le mie sorelle potessero mancarmi così tanto. Avevo momenti in cui mi facevo prendere dai sensi di colpa, per ciò che avevo fatto. Mi ero resa conto che fino a quel momento era come se avessi sempre le spalle coperte; qualsiasi errore io avessi compiuto, avrei avuto sempre loro da cui andare, invece qua ero sola, dovevo essere io che prendevo il comando della mia vita».

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Alice, come molti ragazzi qui, appena arrivata era molto chiusa in se stessa: «La prima persona con cui sono riuscita a entrare in relazione profonda è stato Carmelo, il mio responsabile. Con lui non mi sentivo giudicata». In Alice si vede un volto di una persona che finalmente ha ritrovato se stessa e che nutre una profonda stima verso sé, di una fra i molti che riconosce San Patrignano come un luogo che le ha salvato la vita e che le ha permesso di imparare a conoscersi e trasmettere le emozioni che prova alle persone che le stanno accanto.

Chiara De Carli

©fotografie di Stefania Sangalli

 

 

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