Scuola non statale: qualche riflessione

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di Marco Riboldi

In Italia la scuola non statale può essere paritaria (cioè tenuta a tutti i doveri che hanno anche le scuole statali e perciò legittimata a rilasciare diplomi validi) oppure non paritaria (cioè senza particolari doveri, ma di pura preparazione ad esami, che dovranno essere sostenuti dagli studenti in qualità di privatisti in scuole statali o paritarie).

Le scuole paritarie sono pubbliche, cioè inserite nel sistema nazionale della Pubblica Istruzione, anche se non sono scuole di stato.

Da tempo è vivo il dibattito sul finanziamento di tali scuole paritarie: si chiede cioè se sia giusto che siano aiutate dallo stato le famiglie che scelgono di iscrivere i figli presso queste scuole, intendendo questo aiuto come un contributo alla libertà educativa oppure se non sia opportuno offrire un servizio completo da parte dello stato, lasciando alle famiglie che non ne vogliono usufruire l’onere di sostenere le spese necessarie alla frequenza di scuole non statali (oggi questa seconda opzione è quella in vigore).

Cominciamo con lo sgombrare il campo da un argomento molto usato, ma sbagliato: non è vero che la Costituzione prevede il “niente oneri per lo stato” (art. 33: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.”) intendendo con ciò vietare ogni finanziamento.

Non solo il letterale significato delle parole, ma anche la lettura dei testi preparatori della Costituente evidenziano con chiarezza che la volontà del legislatore era quella di non costituire un diritto assoluto a finanziamenti per chi fondasse una scuola, non quello di vietare una decisione in tal senso, se possibile. D’altra parte, gli oneri per lo stato non ci sono se il finanziamento ad una scuola non statale fa risparmiare, in parte o in tutto, quanto servirebbe per consentire a quegli stessi studenti di frequentare un istituto statale.

Ma c’è di più.

Secondo uno studio dei sindacati di qualche anno fa, uno studente di scuola statale costa circa il doppio di quanto costa uno studente di scuola paritaria (e questo escludendo le spese per la edilizia scolastica! Ricordiamo che se lo stato chiudesse tutte le scuole non a norma, sopravvivrebbero quasi tutte le scuole paritarie, ma per molte scuole statali ci sarebbero grossi problemi).          

Nella situazione attuale, l’unico modo per reperire fondi per la scuola statale sarebbe quella di dare un piccolo aiuto alle famiglie che frequenterebbero volentieri una scuola paritaria, ma non riescono per il costo.

Insomma se uno studente costa 100 allo stato e 50 alla scuola paritaria, non converrebbe dare non dico 50, ma 30 alla famiglia e risparmiare 70, reinvestendo nella scuola statale quanto risparmiato?

Le scuole paritarie, soprattutto cattoliche, tentano di trovare modo per accogliere anche chi non può pagare le rette: ma pensate che non sarebbero felici di avere più possibilità di svolgere questo servizio ai meno abbienti, senza dover fare salti mortali contabili e dovendo necessariamente limitarsi ?

Ma a questi ragionamenti vogliamo aggiungere qualche riflessione anche di tipo diverso?

E’ vero che si può porre la questione in termini di libertà di scelta educativa, ma bisogna essere pragmatici e non ideologici.

Una proposta di liberalizzazione totale (ci sono almeno due sistemi in vigore nel mondo: io scelgo la scuola di mio figlio e lo stato corrisponde alla scuola quanto spenderebbe per lui oppure la famiglia incassa la cifra del costo standard di uno studente e la spende nella scuola che desidera ) è irrealistica e forse neppure opportuna.

Ma certo dobbiamo chiederci se non sia il momento di accettare che, almeno in parte, lo stato si curi dello studente e della scelta della scuola secondo criteri di libertà e non si curi solo della scuola come struttura e istituzione determinata dallo stato.

Una autentica autonomia dell’insegnamento e dell’apprendimento non potrebbe considerare almeno in parte la libertà di scelta come un criterio utile?

Chi lavora nel mondo della scuola sa come una certa flessibilità della scuola non statale, anche solo dovuta alle dimensioni in genere più ridotte di tali istituti, sia utilissima tanto per la diversificazione della didattica, quanto per la attenzione agli alunni più fragili. La scuola statale, pur con tutti gli sforzi e le spese che si assume, spesso fatica, per esempio, a garantire una adeguata istruzione ai disabili: mancano insegnanti di sostegno, finanziamenti, spazi adeguati.

Le scuole statali hanno inevitabilmente una rigidità che le rende meno rapide nell’assumere decisioni, il che talvolta produce danni. Se in una scuola non statale si guasta qualcosa, dal riscaldamento alla fotocopiatrice, la questione si risolve velocemente; se lo stesso capita in una scuola statale, le procedure sono decisamente più complesse e ne va della qualità del lavoro quotidiano. Quando questa complessità investe settori delicati come nell’esempio citato della integrazione dei disabili, le conseguenze sono gravi.

E non si impugni il tema dei “diplomifici”, cioè delle scuole dalla facile promozione: a voler controlli rigidi su questi istituti sono per prime le scuole paritarie serie, che non vogliono essere confuse con queste strutture. Ma è ovvio che tali controlli non possono essere svolti se non dallo stato (che viceversa ha indebolito moltissimo nel corso degli anni la categoria degli Ispettori, ridotti a numeri del tutto insufficienti).

Chi scrive ha studiato sempre in scuole statali, ha insegnato per metà della sua vita professionale in scuole statali e per l’altra metà in scuole non statali e di entrambi i tipi di scuola è stato ed è soddisfattissimo: il problema è voler bene alla scuola, senza farne un ostaggio delle proprie ideologie. Dico questo, perché devo concludere con una considerazione amara.

E’ triste dirlo, ma sono convinto che se le scuole paritarie non fossero in larghissima misura di ispirazione cattolica, il problema sarebbe risolto da tempo.

In altri stati anche in quelli dove la ispirazione laica è molto forte, la scuola non statale è largamente finanziata e questo non provoca scompensi ( o volete dirmi che il senso di appartenenza allo stato è più debole in nazioni come la Gran Bretagna, la Francia o gli USA ?).

Riusciremo a superare queste barriere e a pensare in grande e per il bene della istruzione dei nostri ragazzi?