Servizio Civile 2026: 73 posti in Lombardia

di Antonia Sofia Colombo 

Si è parlato di servizio civile confrontando esperienze presenti e passate e ragionando di possibili sviluppi di questa scelta volontaria di dedicare – come scrive il Dipartimento per le Politiche Giovanili – “fino a un anno della propria vita al servizio di difesa, non armata e non violenta, della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica italiana, attraverso azioni per le comunità e per il territorio”.

Ragazzi di oggi e di ieri si sono ritrovati venerdì 6 marzo per un Aperitalk per la pace promosso dalla Caritas di Monza, in occasione della Settimana della Carità 2026, al bar dell’Oratorio di Triante in un clima informale e amichevole, allietato da golosi stuzzichini. A stimolare la conversazione, offrendo numerosi spunti per il dibattito, è stato Roberto d’Alessio, Vice Portavoce Forum Terzo Settore provinciale Monza Brianza.

Ciascuno ha raccontato un proprio spicchio di vita, chi con nostalgia, chi con “moderno” entusiasmo. Dalle storie personali è emerso che per tutti il servizio civile rappresenta (o ha rappresentato) un’esperienza costruttiva e formativa da consigliare ad amici e conoscenti. La passione è emersa in modo prorompente dalle parole dei più giovani, dei ragazzi che sono attualmente impegnati nel servizio.

Rachid, 24 anni, bengalese di origine, studente di scienze infermieristiche, ha iniziato lo scorso maggio ad operare all’interno della Cooperativa Meta. Segue i migranti, anche minorenni, nelle questioni più pratiche, ma funge anche da mediatore culturale. «È importante fare rialzare le persone da esperienze di prostrazione e di difficoltà, renderle autonome, inserirle in un nuovo contesto sociale» ha evidenziato. Rachid avuto esperienze di volontariato alle scuole medie e quando si è presentata l’occasione del servizio civile universale non ci ha pensato due volte. «Credo che questa esperienza debba essere provata da tutti – ha sottolineato – Io sto imparando molto sul campo e sto continuando a studiare all’università. Sono più che sicuro che metterò a frutto tutto ciò che sto apprendendo ora anche nella mia futura professione».

Camilla faceva volontariato al Carrobiolo mentre era iscritta alla facoltà di Scienze dell’Educazione. È stata consigliata da un educatore del Carrobiolo ad aderire al servizio civile ed è felicissima della sua scelta intrapresa dopo la laurea. «Mentre studiavo – ha spiegato – sentivo che mi mancava qualcosa. Lo studio è teorico. Io mi sono resa conto di non avere mai fatto pratica. In questi mesi sto imparando tantissimo e sto scoprendo anche dei lati di me stessa che non conoscevo. Ho a che fare con un’utenza complessa, ma questa esperienza mi sta facendo crescere e acquisire tante competenze. Ritengo che siano molto importanti per me anche i momenti di formazione residenziale che sto seguendo con la Caritas, l’ente per il quale presto servizio».

Silvia Biffi ha svolto il suo servizio civile a Spazio Giovani nel 2017 ed è come se non lo avesse mai lasciato. È rimasta all’interno dello “Spazio” diventando una formatrice e coordinando numerosi progetti educativi e formativi. Laura è arrivata da pochi anni in Brianza dalla Sicilia. Alla mattina è insegnante di sostegno, al pomeriggio svolge il servizio civile assicurando che, nonostante la fatica,«ne vale veramente la pena».

Cecilia è in Italia da una decina di anni. È stata animatrice all’oratorio ed ora è impegnata nel servizio civile all’Associazione e Fondazione Stefania di Lissone ed è convinta di «avere fatto la cosa giusta che la fa stare bene». Malgrado il loro entusiasmo i giovani si sono resi conto di non essere riusciti a “contagiare” i loro coetanei che continuano a vedere il servizio civile come una sorta di sfruttamento o, al contrario, come una forma di volontariato «dove si fa poco o niente».

Solo Laura ha osservato che «al Sud il sevizio civile è più sentito perché costituisce una possibilità di guadagnare qualcosa». Anche i meno giovani hanno raccontato le loro esperienze di servizio civile quando esso costituiva l’alternativa al servizio militare. Sarebbe il caso di renderlo obbligatorio? La risposta dei giovani è stata univoca.«Meglio di no! Sarebbe controproducente e svilente e, oltretutto, si rischierebbe di creare un’obiezione al servizio civile».

Per tutti sarebbe opportuno promuovere questa esperienza in modo più efficace andando, ad esempio, a illustrarlo nelle scuole. All’Apertitalk ha partecipato anche don Augusto Panzeri, responsabile della Caritas monzese, che ha osservato che un servizio civile obbligatorio offrirebbe «una maggiore dimensione sociale e di appartenenza alla comunità». 

Non tutti però si sono dichiarati favoreli a rendere obbligatorio il servizio civile. Il dibattito è aperto e appena cominciato.

9 marzo 2026

Info ai link:

Spazio Giovani 

Dipartimento Politiche Giovanili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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