Sotto l’albero arancione

di Alessandro Porto

Le foglie rosse ed arancioni ondeggiavano lente al passaggio di un fresco vento d’autunno, lasciandosi trasportare stanche da quella brezza. L’ albero, dall’alto di quel piccolo colle, pareva una torcia accesa, un faro naturale pronto ad indicare a qualche artista perso nel mare dei suoi pensieri un luogo sicuro dove sostare.

Il mare che circondava la collina, era invece un oceano burrascoso, dove il placido vento autunnale diveniva sferzante soffio invernale e dove l’azzurro cielo tinto di candide nuvole diventava una coltre grigia e fumosa di nubi temporalesche.

Tra questi flutti turbinosi, navigava una giovane donna, metà umana e metà oceano, un’artista abile coi colori e con gli sguardi e con le parole, a bordo della sua bizzarra imbarcazione interamente dipinta di blu. Era giunta sulla spiaggia del colle da non molto e aveva fatto di quel luogo la sua isola dei desideri, il suo posto sicuro dove trovare scampo alle difficoltà del tempestoso mare. Un giorno, mentre osservava l’orizzonte, vide una grande nave dalle vele porpora solcare l’oceano e dirigersi verso l’isola. Su questo galeone stava un marinaio, un poeta, che aveva a lungo navigato seguendo la luce degli astri e il rosso dell’alba, piazzando orgoglioso la sua bandiera su ogni isola che incontrava, costruendo, creando, cercando di rendere quel tremendo mare meno pericoloso per tutti. E sbarcò sull’isola dell’albero arancione.

Strano incontro: lui conosceva già la bizzarra donna, in qualche modo. L’aveva descritta in alcune pagina del suo diario di bordo, aveva già incontrato i suoi occhi in una delle sue tante avventure tra le onde, ma ora, l’aveva davanti, poteva guardarla e parlarci. Si presentarono, si conobbero, passarono giorni a parlare all’ombra dell’albero arancione di arte e poesia e di come avessero fatto a sopravvivere alla furia della tempesta incessante che li aveva fin lì condotti. Il tempo passava e le loro parole divenivano più fluide, più reali, più temibili. Ogni giorno che la donna tornava nel suo mare e l’uomo ritornava a mirare la sua alba, il filo che li univa si faceva più tenace e pericoloso.

L’oceano e l’alba, loro amori, restavano lì, impassibili, inamovibili, splendidi, ma i due giovani mutavano, ogni giorno di più, ad ogni foglia arancione caduta. Finché entrambi non capirono. Compresero di una verità che non poteva essere detta, di un legame fatto di parole che non potevano essere pronunciate, di un fato che li aveva uniti nel momento sbagliato, di un affetto destinato a rimanere inscritto sotto le fronde dell’ albero. Lo capirono e rimasero in silenzio, lasciando che fossero gli occhi a dirsi quello che la voce non era autorizzata a pronunciare. Gli occhi si guardarono e amarono fino a lacrimare, fino alla caduta dell’ultima foglia arancione, fin quando le lacrime non si unirono al tremendo mare che, nuovamente, li ingoiò, trascinandoli via dal piccolo paradiso dell’albero arancione.

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