Spagna e Portogallo: così vicine e così diverse

di Matteo Arosio

Di quello che è successo e ancora sta succedendo negli ultimi due mesi in una parte della penisola iberica ne abbiamo parlato in tanti, forse troppo, ma forse non abbastanza approfonditamente. Ora, dopo quasi due mesi di incessante rumore mediatico, siamo in attesa dei prossimi capitoli della saga catalana:  l’udienza di Carles Puigdemont presso il tribunale di Bruxelles che deve deciderne l’estradizione il 4 dicembre e le nuove elezioni in Catalogna il 21 dello stesso mese. Forse c’è tempo per rimettere ordine tra le idee e i fatti. E vedere se in un altro angolo del confine ovest dell’Europa se la passino meglio.

Nella narrazione dell’indipendentismo catalano si trovano molti dei caratteri tipici dei populismo. La storia aiuta a comprendere il  fantomatico  stato catalano, fondato da Carlo Magno dopo la conquista di Barcellona, presunto stato  prospero fino al predominio dei Borboni, casata accentratrice nella guerra di successione spagnola nei primi decenni del Settecento. Gli Asburgo, sostenuti dai catalani, sarebbero stati ovviamente più tolleranti verso le specificità territoriali. Da allora, in questa narrazione, il popolo catalano è stato oppresso e il suo diritto a una propria autodeterminazione calpestato. Ultima goccia, la ratifica arbitraria della Corte Costituzionale spagnola del 2010 allo Statuto regionale approvato nel 2006, che ha portato un milione di manifestanti a protestare per le vie di Barcellona in cui si trovano le radici dei problemi di oggi.

Altro cardine, la contrapposizione dell’immagine della regione fiorente a quella della Spagna malata, corrotta, in crisi economica (soprattutto nel 2010) e incapace di gestire a dovere i soldi succhiati alla “Catalogna che lavora”. Gli indipendentisti sostengono che solo avendo la volontà di cambiare si possano migliorare immediatamente la qualità della propria vita e della propria comunità. La retorica della soluzione a portata di mano nascosta dai potenti, incapaci di cambiare lo status quo perché hanno paura di perdere i propri privilegi. Tutto questo concorre a fare la fortuna dei movimenti populisti. A differenza dei movimenti nazionalistici europei, però, gli indipendentisti catalani professano un rapido e indolore distacco dalla Spagna e un altrettanto rapida adesione alle istituzioni europee, senza dover passare per lunghe negoziazioni, simili a quelle intavolate, per  esempio, dal Regno Unito per ottenere l’effetto opposto.

L’ottimismo dei leader dell’indipendenza era ovviamente esagerato, ma il vero fine del movimento non era necessariamente la proclamazione di una Repubblica Catalana. Junts Pel Sì, la coalizione di partiti di centrodestra e centrosinistra presentata alle elezioni parlamentari del 2015 ottenne solamente il 39.5% dei voti. Il Presidente uscente Artur Mas, dopo aver sciolto anticipatamente il parlamento e aver improntato la campagna elettorale come un referendum per l’indipendenza, dovette rinunciare alla rielezione.

L’idea della coalizione, rinegoziare lo statuto di autonomia forti della grande volontà popolare, è stata complicata dalla necessità di governare con il sostegno della Candidatura d’Unitat Popular, un partito di estrema sinistra che predicava come unico obiettivo il raggiungimento della completa indipendenza. Proprio l’intransigenza della CUP ha poi impedito a Puigdemont di trattare liberamente con Madrid. Il fronte indipendentista di governo ha quindi raggiunto un invidiabile, ma non maggioritario, 47.8%. E non tutti a favore dell’indipendenza.

In un sondaggio del luglio 2017, i due terzi dei cittadini dichiaravano di sentirsi sia catalani che spagnoli, a fronte di un 30% che si dichiarava solamente catalano e di una minoranza di soli spagnoli.  E ancora a settembre di quest’anno i sondaggi davano, per un voto ad ampia affluenza, probabile la vittoria del NO di circa cinque punti percentuali.

L’errore più grave, quello che ha generato la situazione in cui versa la Spagna ora, è stato commesso dal governo di Madrid. Mariano Rajoy ha la responsabilità di aver ordinato l’intervento repressivo che ha di fatto alimentato il fuoco dell’indipendenza, ha tolto ogni possibilità che il referendum potesse davvero esprimere la volontà popolare e l’ha trasformato nel plebiscito della parte minoritaria del paese avversa all’unione. E di nuovo, a frattura avvenuta, il primo ministro spagnolo ha rifiutato ogni proposta di trattativa, come un padre despota che comanda invece di contrattare.

Si è creato un clima che ha dettato la necessità per la Catalogna di dotarsi nel 2006 di un nuovo statuto. Rajoy e tutto il governo di Madrid hanno ignorato la questione della montante voglia catalana di autonomia finché, intervenendo male e tardi, l’hanno fatta esplodere.

Ora, con la regione commissariata e i capi del movimento indipendentista all’estero o in carcere, non è per nulla detto che le elezioni del 21 dicembre non diano nuova voce all’indignazione di un popolo inascoltato quando chiedeva autonomia e punito eccessivamente quando, per ottenerla, ha puntato più in alto. L’unica cosa che sembra certa è che nel probabile scenario di un non completo annichilimento della regione al centralismo di Madrid, l’unica scelta sia il dialogo. E difficilmente sarà possibile con questo governo centrale.

da sx nella foto: Catarina Martins, António Costa e Jerónimo de Sousa

Se dalla Spagna arriva questo fiume di notizie che racconta di divisione, populismo, malgoverno e scelte sbagliate da ogni parte, forse è meglio gettare un occhio anche a quello che succede nel resto della penisola iberica.

Di Portogallo non si parla quasi mai, se non recentemente per gli incendi che l’hanno scosso. Ma il primo ottobre, mentre in Catalogna si consumava un referendum così aspro, si rinnovavano le amministrazioni di Lisbona, Oporto e di altre 306 città. Il Partito Socialista ne ha conquistate più della metà, compresa la capitale e nove delle quindici città più popolose. È il risultato del governo del Presidente socialista Antonio Costa, che nel 2015 ha perso le elezioni con il 32% dei voti, contro il 38% dei consensi del candidato di centrodestra Pedro Passos Coelho.

Non essendo sufficienti neanche questi a governare, Passos Coelho ha offerto a Costa un’alleanza non dissimile a quella italiana. Costa, a sorpresa, ha trovato una maggioranza alternativa, alleandosi con i partiti alla sua sinistra Coligação Democrática Unitária e Bloco de Esquerda. La coalizione sembrava, come spesso sembra un’alleanza tra tanti partiti di sinistra, un’accozzaglia. Così è stata definita dalla stampa portoghese, “geringonça” destinata a infrangersi al primo tema di discussione.

E invece il governo sta insieme e funziona benissimo. Il Portogallo è stato uno dei paesi più colpiti dalla crisi economica, eppure ha chiuso il 2016 con il più basso deficit degli ultimi 40 anni. Nel 2017 ha diminuito il tasso di disoccupazione portandolo sotto il 10%, l’età pensionabile dei dipendenti statali è stata abbassata così come è stato diminuito l’orario di lavoro.

Lo stato ha aumentato gli investimenti nei servizi pubblici, in particolare la sanità portoghese è migliorata moltissimo. I salari minimi sono stati aumentati e sono in programma nuovi aumenti. Anche sui temi più spinosi dell’economia Costa ha ottenuto risultati. Sono state rimosse tutte le limitazioni alle adozioni da parte di coppie omosessuali e si sta parlando di una legge che regolamenti l’eutanasia.

Non è un paradiso terrestre, certo, come ci ricorda la sentenza lievissima di due giudici portoghesi nei confronti di due uomini rei di aver picchiato una donna, sentenza che ha suscitato proteste e manifestazioni in tutto il paese. La situazione portoghese ci conferma, però, che il dialogo e la cooperazione funzionano molto meglio dello scontro.

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