Storie da una missione africana

“Seguo con apprensione quello che sta succedendo in Italia, in Lombardia, nella mia terra bergamasca e nel mondo a seguito della pandemia del virus corona. Il Governo della Tanzania ribadisce che finora il virus corona non ha causato morti, anche se alcune  persone infette sono state messe in quarantena. Preghiamo e speriamo.

Il virus in Tanzania, e in Africa in generale, provocherebbe una catastrofe, viste le nostre povere condizioni sanitarie. Al momento continua il nostro lavoro con i malati che vengono da varie parti della Tanzania.  

Un caro saluto dalla notte di Ikonda. Munguakubariki – Il Signore vi benedica”

Fra Riccardo con il camice bianco nel corridoio dell’Ospedale di Ikonda, in Tanzania.

Con queste righe Fr. Riccardo Rota Graziosi ci informa riguardo alla situazione in Africa, in particolare in Tanzania dove si trova l’ospedale in cui svolge la sua attività di missionario. Fra Riccardo è un frate francescano, medico e da diversi anni in missione. E’ un volto noto ai monzesi che frequentano il Santuario delle Grazie, perché Fr. Riccardo quando torna in Italia trascorre qualche settimana al convento di via Montecassino. Fra Riccardo ama la bergamasca in modo particolare, perché è la terra in cui è nato.

Nella notte di Ikonda, dove risiede l’ospedale, Fra Riccardo ci propone alcune storie d’amore e di cura.

La storia: Rehema, una giovane donna da poco ricoverata

Il medico di reparto mi consegna la richiesta di una ecografia urgente per una giovane donna ricoverata da poco. Mi reco nella stanza a tre letti e la malata occupa il terzo vicino alla parete.

Vedo Rehema, un viso dolce quasi di bambina, una pancia gonfia, le braccia e le gambe sottili e uno sguardo timoroso e intenso.

Accanto a lei il giovane marito che l’assiste con premura e apprensione.

Vengono da lontano, da un villaggio al confine con la Repubblica democratica del Congo. Da qualche giorno la madre ha dovuto smettere di allattare il figlio di otto mesi per il rapido peggioramento delle sue condizioni di salute.

Alziamo la malata dal letto perché si muove a fatica e la corichiamo sulla sedia a rotelle per raggiungere la stanza dell’ecografia.

Noto in lei qualche cosa di insolito tra i nostri malati. Di solito non manifestano le proprie emozioni, raccontano con poche parole in modo semplice e quasi distaccato i loro sintomi, non so se per pudore, per fierezza o per atavica sopportazione della sofferenza.

Rehema, pur non parlando, esprime con lo sguardo un senso di timore e di paura, in attesa di una parola che la sollevi da un cattivo presentimento.

Eseguo l’esame in silenzio mentre il suo sguardo e quello del marito seguono con attenzione le immagini sullo schermo ovviamente senza comprenderne il significato.

Quello che è chiaro al medico, resta oscuro per loro.

La diagnosi purtroppo è infausta e non lascia dubbi: un tumore al fegato.

Prendo tempo prima di dare una risposta definitiva, parlo di una malattia del fegato e dico che aspetto l’esito di altri esami già in programma.

Mentre torniamo in reparto mi chiedono: “Non si può fare una operazione e portare via la parte malata?”. Nella cultura africana spesso la malattia è vista come un male, un guasto, che è entrato nel corpo e che bisogna “tirare fuori” per guarire.

Fra Riccardo in compagnia delle persone che attendono di essere visitate.

Cerco di spiegare che in questo caso non è possibile. Mi rendo conto che le mie parole non sono quelle che si aspettano.

Il marito l’adora, farebbe di tutto per aiutarla, vorrebbe tornare a casa, vederla di nuovo allattare il figlio e vivere con lui guarita.

Dopo pochi giorni e un consulto con altri colleghi riconosciamo la nostra incapacità a curare la giovane madre e organizziamo il suo ritorno in famiglia con la prescrizione di una cura palliativa.

Prima di salutare Rehema stesa sul letto e il marito che le sta accanto, consegno alla malata quasi di nascosto un aiuto per il ritorno a casa, un viaggio di due giorni su strade di terra battuta.

Lei con un sorriso sussurra: “Mungu akubariki –Dio ti benedica”.

La preghiera di augurio di una donna di venticinque anni che va a casa a morire e a lasciare il marito vedovo e il figlio orfano, dà le vertigini e apre un abisso sul mistero della sofferenza e della malattia, sull’impotenza umana, sui limiti della medicina. 

L’accompagno con lo sguardo nascondendo un forte senso di colpa e di vergogna per essere io in buona salute e trovo un po’ di sollievo al pensiero di continuare a prestare aiuto a i malati.

La storia di Abdallah il musulmano: “Kumshukuru Mungu –Ringraziare Dio”. La malattia aveva ferito il corpo e aperto il cuore.

Un uomo dall’aspetto atletico, ma con il capo rigido, lo sguardo assente, muto, seduto su una carrozzina viene portato in reparto da due uomini ben vestiti e in ottime condizioni di salute. Fatto insolito: non ci sono donne ad accompagnare il malato.

Viene da un ospedale lontano dove e rimasto per più di due mesi senza apprezzabile miglioramento. Per questo i due amici decidono di portarlo a Ikonda. Si chiama Abdallah, nome comune tra i musulmani.

Raccolgo la storia clinica dai due amici che riferiscono poche notizie, approssimative e incomplete. Sono arrivati senza gli esami precedenti. Chiedo che mi vengano mandati, se possibile, via internet. Il giorno seguente posso consultarli sul loro cellulare: si tratta di meningite batterica con idrocefalo.

Dopo alcuni giorni di cure intensive Abdallah riprende a parlare, a muovere alcuni passi con segni di netto miglioramento.

Il malato è proprietario di una piccola azienda di trasporti e ha buone possibilità e economiche.

Visto il miglioramento gli amici a suo nome desiderano: “Kumshukuru Mungu –Ringraziare Dio” e dare un aiuto concreto ai malati ricoverati in ospedale. Decidono di uccidere due mucche e distribuire la carne a tutti.

Sentito Padre Sandro si trova una soluzione utile ai malati: distribuire la carne ai ricoverati insieme a un po’ di riso e un pezzo di sapone.

Quella domenica è stata una festa per tutti. La malattia aveva ferito il corpo e aperto il cuore.

Fra Riccardo Rota Graziosi

Per sostenere la missione di Fra Riccardo scrivi a: amministratore@missioniconsolataonlus.it