Storie di straordinaria speranza

di Fabrizio Annaro

“Alla fine ci sentiremo diversi”. Sono le parole pronunciate da Monsignor Patrizio Garascia   con le quali è stato introdotto il convegno dedicato alla giornata mondiale del malato, organizzato da Caritas Monza, Chiesa della Zona V, ASST e Parrocchia dell’Ospedale san Gerardo e Unitalsi Monza.

Preceduto dalla preghiera condotta da don Enrico Tagliabue e dai saluti del direttore Matteo Stocco, il convegno ha presentato due testimonianze davvero straordinarie: quella di Alessandro Cevenini,  mostrata dal fratello Michele e quella di Carlo Acutis proposta dal teologo Sidi Perin.

Mons Patrizio Garascia: “dopo aver ascoltato le testimonianze saremo tutti diversi”

Ad Alessandro, autore anche del libro Il Segreto è la vita, a 26 anni viene diagnostica una forma di leucemia. “Alla notizia – racconta Michele – mio fratello piange, si arrabbia, non pare vero, vive il tutto come un incubo. Non si spiega la ragione per la quale un giovane debba essere sottoposto ad una simile sentenza”. Una notizia che sconvolge anche la famiglia.   Inizia un travaglio che conduce Alessandro a reagire alla malattia e a sentire il desiderio di rendere fecondo questo terribile periodo della propria esistenza e di fare qualcosa di buono per sè e per gli altri: consolare i degenti del reparto dove lui era ricoverato, dare fiducia, credere nella vita, sfidare la malattia.

Michele Cevenini racconta la straordinaria esperienza del fratello Alessandro

Alessandro comprende che vincere la leucemia non è una questione individuale. Fonda un gruppo Facebook Beat Leukemia che presto diventerà una fondazione per la raccolta di fondi per la ricerca, ma anche e soprattutto per diffondere informazioni su come affrontare la malattia.

I giorni del patire sono per Alessandro non solo sofferenza fisica e psicologica ma anche occasione di riflessione, di indagine sulla fede, sui misteri della vita, sul vero e profondo significato dell’esistere. Una riflessione che si concentra sul tempo, sul suo vero ed intimo significato. Alessandro coglie perfettamente che ieri è storia, domani è mistero, ma oggi è presente, cioè dono che in inglese si traduce in present. La vita è dono che chiede di non essere dispersa neanche per un minuto, neanche per un secondo.

La testimonianza di Michele Cevenini, ora presidente della Fondazione Beat Leukemia, si conclude con la lettura della lettera di Alessandro alla sua famiglia. La lettera è stata letta da papà Maurizio  in un clima di grande commozione. La presentiamo integralmente.

Sidi Perin: Carlo Acutis aveva una fede profonda e “contagiosa”

Ma prima il ricordo di Carlo Acutis colpito da una leucemia fulminante a soli 15 anni. La sua vita è un percorso quasi incredibile, caratterizzato da una fede straordinaria e da una grande passione per l’Informatica. Carlo abitava nel centro di Milano, la sua è una famiglia benestante. Amava frequentare i poveri, le persone emarginate. Spesso si recava alla mensa dei frati cappuccini di viale Piave per trascorre molto del suo tempo con i clochard e i senza tetto di Milano.

Carlo Acutis

Le sue paghette andavano spesso in dono ai poveri, a coloro che hanno come letto solo un pezzo di cartone. Non solo amore per la Messa e per l’Eucarestia. Carlo aveva compreso, già dai primi albori di internet, che l’informatica avrebbe rappresentato un potente veicolo di conoscenza della fede. Ma soprattutto la convinzione di perdere la vita in età precoce, perché così sentiva sin dalla più tenera età,  ha spinto Carlo a vivere intensamente molti momenti della sua esistenza e di donare se stesso agli altri. “La nostra meta è l’infinito soleva ripetere – non il finito. L’infinito è la nostra Patria. Da sempre siamo attesi in cielo … Molti nascono originali ma spesso muoiono come fotocopie.”

Lo psicologo Alessandro Urpi: le storie di Carlo e Alessandro ci interrogano su compassione ed empatia

Dopo tante emozioni giunge il tempo della riflessione affidata allo psicologo Alessandro Urpi e alla pedagogista Caterina Termine. Il suggerimento è quello di approfondire il fattore resilienza intesa come capacità di resistenza e di reazione alle vicende negative della vita. Resilienza suggerita dall’esperienze di Alessandro e Carlo – spiega Caterina Termine – che si compone di diversi  elementi e che aiutano a vivere il periodo della sofferenza: non essere soli, coltivare una rete di amicizie e di sostegni veri ed autentici, approfondire e rivisitare la fede, cercare la verità, non voler nascondere nulla.

Caterina Termine: cerchiamo di approfondire quali insegnamenti, quali “segreti” ci comunicano le esperienze di Alessandro e Carlo

Grande Giorno! (lettera di Alessandro Cevenini ai suoi familiari)

Ieri è stata proprio una grande giornata, un bel raggio di sole dalla finestra dopo qualche settimana di temporali  la cui durata è completamente incerta. Eravamo tutti molto tesi già dalla notizia della recidiva per le molte incertezze che ora si sono ridotte. Sembra che la terapia con l’arsenico stia funzionando e io e Miki abbiamo la grande fortuna di essere compatibili. Al di là del fatto in se, questo è rincuorante perché sembra essere un ulteriore segnale che questa che stiamo vivendo è un’esperienza che è stata scritta per noi, e che dobbiamo vivere in maniera positiva e con fede. Il fatto che abbiamo scoperto la recidiva in tempo utile grazie ad un controllo nemmeno programmato era già un forte segnale per me.

Maurizio Cevenini, legge la lettera che Alessandro, suo figlio, aveva scritto per i suoi familiari e amici

La fede però non deve limitarsi alle notizie buone. La ragione è che per noi è impossibile comprendere il piano del Signore, e possiamo solo accettare ciò che ci da. Quel Salmo 32 che mi ha consigliato la Alla dice proprio questo: “Il piano del Signore sussiste per sempre”, oltre le generazioni, oltre i nostri piccoli piani. Questo mi aiuta ad interpretare nel modo giusto tutte le notizie, sia buone che cattive, e a capire che alla fine comunque vada è il bene che vince. Insomma ce l’hanno tutti con Giuda traditore, ma se lui non ci fosse stato il Bene non si sarebbe potuto compiere. E se il faraone non fosse stato duro di cuore con gli Israeliti, Dio non avrebbe potuto dimostrare la sua potenza al popolo eletto. La Bibbia dice infatti che è stato Dio stesso a rendere duro il cuore del faraone e a fargli rifiutare la partenza degli Ebrei, così che Dio potesse colpirlo per dimostrare la sua potenza.

Mi sembra si trattasse proprio di Giobbe. Lui serviva e lodava il Signore ma il diavolo dice al Signore: “Tu umilialo e rendilo debole, vedrai con quali parole ti maledirà”. Allora il Signore fa morire i figli di Giobbe. Ma mentre il diavolo si frega le mani aspettando che Giobbe bestemmi contro Dio, questi dice: “Il Signore da, il Signore toglie”. Questo spiega una grande verità che credo si possa capire solo con certe esperienze come quella che stiamo vivendo. E cioè che la vita è un dono di Dio; se ci viene tolta non dobbiamo maledire Dio perché ci ha fatto un torto, ma anzi lodarlo  e ringraziarlo per il dono degli anni della vita che ci ha dato. E’ un po’ difficile da capire perché certo siamo umani e il concetto di dover prima o poi partire è difficile da accettare, non necessariamente per paura di quello che ci può essere dopo (per lo meno se si ha fede), ma piuttosto perché la vita è stupenda, e giustamente vogliamo viverla il più possibile.

E’ quest’ultimo punto la chiave di quello che ho imparato io.

Ho visto tante persone alla fine della loro vita qui dentro, che rimpiangevano il non avere più tempo per fare quello che sognavano di fare nella vita, ma che per tutta la vita avevano fatto molte cose che non erano vivere la vita. Invece che preoccuparci di morire, dovremmo piuttosto preoccuparci di vivere.

In Aprile, quella notte in cui Lambertenghi è venuto a dirmi che il mattino dopo sarei dovuto venire al Policlinico perché i miei globuli bianchi erano molto alti, io conoscevo poche patologie associate con questo sintomo, tutte potenzialmente mortali, e dato il mio stato – dolori da tutte le parti, febbre altissima ecc – è proprio quello a cui ho pensato. Ho aspettato che uscisse e poi ho pianto. Ho pianto perché ho pensato che la mia vita era finita.

Ero disperato perché avevo così  tante cose che avrei voluto fare e invece era tutto finito, ed era solo colpa mia se nel tempo che mi era stato regalato non ero riuscito a portare a compimento niente. Credo di aver pianto per questo. Poi però mi sono calmato, e ho pregato dicendo: “Se Tu hai scelto che io devo partire oggi allora io sono pronto, perché questo è il Tuo piano per poter realizzare il Bene. Ma se puoi salvarmi io sarò il Tuo strumento per realizzare il Bene.”

Non avevo paura di morire, o forse era così tanta che si è trasformata in coraggio. Ma più che altro quello che è successo quella notte, è che è nata la mia vera fede. Credo che quella notte abbia fatto una differenza enorme per quello che e’ successo dopo, che ancora sta succedendo e che in realtà è sempre successo e sempre succederà; cioè la realizzazione del piano di Dio per il Bene, che si attua in modi diversi e che non sempre noi possiamo comprendere.

Don Stefano Buttinoni conclude il convegno: la consapevolezza del limite ci aiuta a scoprire la bellezza della vita. Il convegno è stato coordinato da Beppe Colombo che si intravede alle spalle di don Stefano

 

 

 

 

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