Svolazzare tra le diagonali

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di Claudia Terragni

A volte la vita ci sembra monotona. Sentiamo crollarci addosso tutto il peso della quotidianità: le solite vie, le solite case, le solite persone, i soliti impegni. Tutto offuscato da una patina grigiastra. L’apatico bagliore del giorno fatica a scoprire l’ennesima giornata identica alla precedente. Un’esistenza quadrata come gli edifici della città, il divenire piatto che si delinea lentamente lungo un mesto grafico cartesiano. Gravi passi lungo l’asse delle ascisse, l’interminabile futuro di una vita orizzontale. Un funzione f(x)=n. Una pesante linea tirata su un foglio a quadretti. Ma in questo grigiume si può cogliere una diagonale. Un angolo che non sia retto, una linea obliqua.

È ciò che fa Robert Doisneau nelle su fotografie. Coglie le diagonali della quotidianità. Immortala il disordine che si nasconde tra un quadrato e l’altro. Scopre universi, sogni nascosti dietro l’angolo del solito incrocio, tra le tendine bianche della finestra del vicino, dietro il bancone del bar sotto casa, tra i banchi di scuola del quartiere, in una Parigi in bianco e nero. “Un po’ di casino ci vuole, è lì che si annida la poesia” recita la citazione riportata nella mostra che ha luogo in questi mesi nelle sale dell’Arengario di Monza.

Col suo obbiettivo il fotografo francese condivide storie sfuggite agli occhi distratti, superficiali, a coloro che si trascinano sul marciapiede a occhi bassi e non notano i nidi di poesia sparsi per strada. Non che Robert Doisneau li andasse a cercare! Sembra che siano loro a trovare lui, che basti tenere i sensi aperti all’incontro, l’orecchio teso alle favole. Non è necessario andare alla ricerca di paesaggi mozzafiato, non serve partire e viaggiare lontano per acchiappare nell’obbiettivo variopinte farfalle esotiche. Possiamo scoprire un giardino pieno di lucciole proprio tra il parrucchiere e il giornalaio. Ma le farfalle in gabbia muoiono. Sono intrappolate anche tra i quattro bordi di una foto. Infatti lo scopo non è immortalare, non è fermare. Al contrario, la fotografia deve liberare. Deve aprire una porta su uno stralcio di vita e lasciare libera l’immaginazione dello spettatore. La fantasia di chi osserva svolazza serena tra i fiori del possibile: “le fotografie che mi interessano e che trovo riuscite sono quelle che non arrivano mai a una conclusione, che non raccontano una storia fin in fondo, ma rimangono aperte per permettere anche allo spettatore di fare un pezzo di strada con l’immagine, di continuarla a piacimento; una specie di trampolino dei sogni”.

La fotografia di Robert Doisneau ci da la possibilità di buttarci, di librare per un po’ in una poesia di esistenze. Vite ordinarie, niente di assurdo o fuori dal comune, ma con un suono amabile, una melodia piacevole da ascoltare, un carillon che accompagna i passi di persone normali. Sembra di udire i loro pensieri semplici, delicati ma non per questo meno incantevoli. La portinaia che annaffia la piantina alla finestra, lo scolaretto che fa i conti nell’aula di scuola, i bambini che tengono i cagnolini al guinzaglio sul ciglio della strada, il carabiniere, la guardia e il venditore di palloncini.

Non ci sono solo le linee dritte, c’è un “casino” poetico ovunque. Non ci sono solo sguardi diretti, è proprio sugli sguardi obliqui che Robert Doisneau scivola più facilmente. E trascina anche noi nel suo gioco, in cui cadiamo con una naturalezza disarmante. Lo sguardo del marito che al posto di ascoltare la moglie sbircia il dipinto a fianco, che ritrae una un nudo di donna. Lo sguardo rimproverante della signora che al posto di seguire lo spettacolo studia la ballerina accovacciata in parte al coniuge. Lo sguardo del bambino che si volta furtivamente a spiare l’orologio della scuola. Lo sguardo dell’elegante ragazza che mentre balla con il compagno manda un frivolo bacio ad un altro. Il fascino che suscita la foto di un vecchio operaio in fabbrica equivale a quello che suscita una fotografia di Picasso a tavola.

Così diverso dalla poetica di Steve McCurry, le cui opere sono state esposte l’anno scorso alla Villa Reale. Questa volta, non si viaggia tra i colori di vite lontane. Non si rimane pietrificati da occhiate forti, dirette nell’obbiettivo. In questa mostra si riscopre il cromatismo inaspettato che si cela nel bianco e nero. Il sogno celato nelle vite normali. La galassia di vite nascosta tra i pigmenti del tratto di matita che disegna una funzione piatta solo in apparenza.

 

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