Il Teatro degli Orrori tour

imageIntervista a Giulio Ragno Favero

Il Teatro degli Orrori suonerà il 7 di novembre al Circo Arci Magnolia di Segrate. Quello di quest’anno è un tour omonimo al gruppo, testo che porta in scena l’ultimo lavoro uscito il 2 ottobre, per La Tempesta Dischi. Teatro degli Orrori che conferma, oltre alla formazione storica  con Pierpaolo Capovilla alla voce, Francesco Valente alla batteria, Gionata Mirai alla chitarra  e Giulio Ragno Favero al basso, la presenza di altri due membri fondamentali: Marcello Batelli alla chitarra e Kole Laca alle tastiere. Un gruppo che indossa una nuova veste, ma con il desiderio di smuovere ancora le coscienze di chi li ascolta, prendendo a martellate le vostre orecchie e insinuando nel cervello domande concrete e importanti. Con Giulio Ragno Favero, abbiamo parlato del disco, del tour e delle molteplici critiche nate nei loro confronti.

Incominciamo dalla copertina del disco: come è nata?
È stata una peripezia di quelle serie, il nostro grafico ci ha quasi tagliato le gomme. Nasce dalla ricerca di qualcosa di semplice, ma allo stesso tempo di molto grafico. Di fatto, doveva esserci solo il logo, proprio per creare un effetto a impatto, però non a tutti piaceva questa idea. Quindi, abbiamo fatto diversi tentativi. Alla fine, ciò che abbiamo ottenuto è stato frutto delle torture psicologiche esercitate sul nostro grafico, che ringraziamo.

Il vostro ultimo lavoro porta il nome del gruppo, perché questa necessità di tornare alle origini?
In realtà, non siamo tornati alle origini. La scelta del nome è dovuta al fatto che quest’anno per noi consiste in una sorta di nuovo debutto: ripartiamo con sei persone, dei nuovi elementi; è la prima volta che scriviamo con altre persone.image

“L’impero delle tenebre” descrive la musica che abbiamo creato, questo nuovo album è un evidenziatore che rappresenta ciò che siamo ora. Risulta essere perfetto per la condizione sociopolitica italiana e del mondo, non un ritorno alle origini, ma piuttosto un’evoluzione che si è spostata su rabbia e violenza rispetto alla poesia e alla melodia. Si differenzia anche come suono: molto compatto, chirurgico, le tastiere ci sono sul serio, è un disco più duro rispetto agli altri.

Se dovessi descriverlo con degli aggettivi?
Abrasivo, chirurgico, violento nel senso fisico del termine: lascia il segno, lascia scalfiti, come se lanciassi addosso a qualcuno un sasso.

Avete affermato: “Il Teatro degli Orrori è pensato per essere suonato dal vivo, su un palcoscenico”, com’è suonarlo live?
Conferma le nostre aspettative, nonostante il concerto sia per un certo verso molto più complicato, ritmicamente e per gli incastri armonici, a oggi mi sembra essere il live più facile che abbiamo fatto. Siamo maturati molto: quando siamo arrivati all’ultimo pezzo, non sembrava neanche vero! Lo sforzo ne è valsa la pena, siamo molto contenti del risultato.

Ho letto una recensione di Michele Saran di Ondarock in cui si sostiene che “gli arrangiamenti chirurgici e la produzione scintillante – impressionanti a dire il vero – esaltano soltanto una cosa: la retorica ideologica“. Cosa rispondi?
In genere, non rispondiamo mai, né a chi recensisce bene né a chi recensisce male. Non considero le critiche al mio lavoro, soprattutto se uno non è competente. A noi non interessa minimamente ciò che dicono gli altri: il bello dell’oggi è che le recensioni non servono più a niente, non hanno più l’utilità che avevano un tempo. Se dovessimo puntualizzare, le vere recensioni sono quelle che descrivono quello che c’è nella scatola, senza un giudizio soggettivo, diamo credito a pareri di cui ci fidiamo. Anche perché, oggigiorno è una moda “il voler affossare i dischi”: nel Teatro degli Orrori c’è molto lavoro e il fatto che tu lo sminuisca con aggettivuncoli, rischi di fare la figura dell’idiota! La gente capisce cosa c’è dietro un disco! E comunque girano voci che questo Saran ce l’abbia con Pierpaolo, ci deve essere qualcosa dietro, e inoltre, mi pare che le recensioni su Ondarok le faccia solo lui, quindi vedi..conta come una.. puzzetta!

Un’altra critica che vi viene fatta è quella di sostenere delle idee un po’ arretrate, quando in realtà non è così..
imageChi dice che la lotta di classe non esiste più è pazzo, attualmente non c’è chi se ne interessa, questo sì. La nostra è una sorta di rabbia che ricorda intenti degli anni Settanta, ma secondo noi i problemi non sono cambiati, è modificato il tipo di linguaggio: il lavoro ci ruba la vita, se non hai possibilità di scelta, e c’è chi critica questa posizione, perché siamo in un periodo storico con il tasso di disoccupazione alle stelle, però al tempo stesso, anche per colpa della crisi e dello sfruttamento che si è venuto a creare, c’è chi si fa il mazzo e non riesce a godersi la vita. Possono criticare l’argomento che fa un po’ anni Settanta, ma quel che è certo è che a noi va bene parlare di cose che esistono, forse il modo in cui lo facciamo può ricordare i tempi andati.

Secondo te, il rock ci salverà?

È difficile che il rock da solo possa farcela! Sicuramente, una piccola presa di coscienza potrebbe aiutare. Noi non pensiamo di salvare il mondo con delle canzonette, però magari martellando un po’ le orecchie, qualche domanda la mettiamo in testa. Quello che è l’Italia oggi è lo specchio di quello che siamo noi, quindi il cambiamento non lo fa la musica, lo facciamo noi.

Chiara De Carli

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