Temo il politicamente corretto

di Marco Riboldi

Sarà l’età che avanza, ma comincio ad essere insofferente a molte cose. Tra queste, quella che quotidianamente incontro è la necessità del “politicamente corretto”.

Non so bene chi decida cosa sia politicamente corretto e cosa no. So che ne ho un po’ piene le tasche.

Abbiamo cominciato con la sudditanza linguistica a stili espositivi che con l’Italia non hanno nulla a che fare. Da noi, tanto per dire, la parola “negro” non ha mai avuto un significato dispregiativo: era una semplice connotazione che non comportava giudizi di valore. Adesso guai: o dici “nero” o sei out.

Ma chi l’ha detto? Certo non uno che di lotta al razzismo ne intendeva come Martin Luther King: se ascoltate in originale il suo discorso  per la accettazione del premio  Nobel, lo sentirete parlare di “negri”. Il bello poi è sentire qualche raffinato che usa la espressione “persona di colore”, che io trovo davvero discriminatoria. Perché, vedete, anche io sono di colore. Di colore bianco, appunto: perché per me non occorre precisare e per un africano invece sì?

Ma in fondo, sulla parola “negro” pesa una storia terribile, quindi un piccolo sforzo val la pena di farlo per  evitare di offendere, sia pure involontariamente.

Procediamo.

Azzardatevi a dire che a voi tutto sommato l’idea di avere attorno un animale, in spiaggia, in treno, al ristorante, pare cosa scomoda e contraria alla buona educazione e all’igiene. Sarete immediatamente tacciati di insensibilità, di incapacità di comprendere e volere. 

Ora, a parte il fatto che rivendico il diritto di dire quel che voglio, mi pare che la situazione sia oggi giunta al paradosso. Sono certissimo che se un ristorante esponesse un cartello con scritto: ”per la tranquillità di tutti, in questo locale non sono ammessi bambini al di sotto dei 12 anni”   susciterebbe meno polemiche di uno che scrivesse “non sono ammessi animali”.

Vero, ho scritto una affermazione senza controprova, ma sono convinto che succederebbe proprio così.

Prendere atto di una incompatibilità tra luoghi vissuti intensamente dalle persone e presenza di animali è così difficile? Eh no, non è alla moda…

Qualche tempo fa una mia studentessa è stata duramente ripresa da una sua compagna perchè all’augurio “In bocca al lupo” aveva incautamente risposto “crepi il lupo” e non “viva il lupo”. Le è stato dottamente spiegato che la bocca del lupo è luogo sicurissimo per i cuccioli, che la mamma trasporta prendendoli delicatamente  ecc. ecc. . . Ma per carità: un augurio un po’ scaramantico non è un trattato di zoologia o di comportamento animale!

Altra questione. A me chi scrive “a tutt* “ perchè vuole lasciare a ciascuno di scegliere il suo genere pare ridicolo. Chi si inventa femminili astrusi perchè non trova adeguato chiamare un signora con l’appellativo di presidente o di sindaco pare uno che ha del tempo da perdere.

Faccio un altro esempio. Ogni anno il ministero della pubblica istruzione emana una ordinanza praticamente  sempre uguale con le disposizioni organizzative per gli esami di stato (in italiano antico: esami di maturità). L’anno scorso qualcuno si è preso la briga di contare le decine e decine di volte in cui la locuzione generica “gli studenti” è stata sostituita con  la “politicamente corretta” “gli studenti e le studentesse”. Ma vi pare il caso?

Potrei continuare a lungo, ma chiudiamo qui con gli esempi.

Ma in fondo questo che male fa?

Ecco a me pare che occorra fare un po’ di attenzione.

Quando si  pretende che tutti parlino nello stesso modo, che tutti esprimano la medesima sensibilità, che tutti si adeguino ad un comune sentire prevalente…si sa come si comincia, non come si va a finire.

Le sinistre anticipazioni di quel che può accadere già si vedono. Si legge di università che espungono dai loro programmi di studio autori che, in tempi passati, hanno usati termini o trattato argomenti oggi  tabù.

E’ abbastanza recente il caso di una poesia di Kipling letteralmente cancellata da una lapide di una università, perchè l’autore di  “Kim” e dei “Libri della giungla” era un colonialista (ma pensa, un inglese vissuto a cavallo tra  XIX e XX secolo colonialista, incredibile vero?).

E dunque: non leggeremo più il canto dantesco di Brunetto Latini (omofobia!)? Non parleremo più di Mark Twain (leggete cosa dice Huck Finn sui “negri”)? Niente più “Don Giovanni” di Mozart ( “madamina il catalogo è questo delle belle che amò il padron mio”: sessista!)?

Non ci siamo. Il politicamente corretto rischia di diventare la neo-lingua di cui parlava Orwell in “1984”: uno strumento che plasma un pensiero incontestabile e che emargina chi non si adatta.

Non parlo di un argomento particolarmente difficile, cioè del linguaggio, verbale e visivo, che tratta il tema della omosessualità: anche qui mi pare però che, probabilmente sull’onda delle passate discriminazioni, ci sia  una reattività che finisce, temo, per essere controproducente.

Non va che qualcuno definisca una persona omosessuale con certi aggettivi, ma non va neppure che si obietti a priori davanti a qualsiasi educata espressione di personale preferenza per un modello di comportamento diciamo così più tradizionale, fatto salvo il rispetto per la libertà di tutti.

Meriterebbe poi un capitolo a parte la lista di “non” (vedenti, udenti ecc.) e dei  “diversamente”: ho perso molti capelli dai tempi della gioventù e oggi  che sono “diversamente giovane”, non vorrei che a qualcuno venisse in mente di definirmi “diversamente pettinato”.

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