Umberto Galimberti porta in scena il ‘vero’ Amore platonico

di Francesca Radaelli

Grande successo e tutto esaurito ieri pomeriggio al Teatro Manzoni di Monza per la prima nazionale del dialogo filosofico e teatrale “Tra la mia ragione e la mia follia ci sei tu”. Lo spettacolo, nato da un’idea di Paola Pedrazzini, ha visto il filosofo Umberto Galimberti raccontare sul palcoscenico uno dei testi più grandi della filosofia occidentale, il Simposio di Platone, le cui pagine sono state protagoniste in scena attraverso la lettura – con accompagnamento musicale – di Margherita Buy e Sergio Rubini.

Al centro dello spettacolo Amore, il grande protagonista del dialogo di Platone, in cui i partecipanti a un banchetto, o meglio a un Simposio, tra i quali anche Socrate, sono chiamati a confrontarsi proprio su Eros, principio filosofico e vera e propria divinità nel mondo dell’antica Grecia. E il ritratto di Amore che ne esce è potente e sorprendente. Dimentichiamoci il concetto di ‘amore platonico’ cui siamo soliti riferirci nel linguaggio comune. Come dice Umberto Galimberti, l’amore platonico non è guardarsi negli occhi, al contrario: è nell’unione fisica, dice il Simposio, che sta la più perfetta realizzazione dell’uomo.

“L’amore non è bello né buono”, rivela la sacerdotessa Diotima a Socrate. È al di là di tutto ciò. Concepito, stando a una particolare genealogia mitologica, durante i festeggiamenti per la nascita di Afrodite da Penia, ossia la Povertà, e da Poros, termine greco che significa letteralmente ‘via’, Eros nasce dal desiderio di qualcosa che manca e dalla via che può essere seguita per raggiungerlo. Amore ha dunque in sé tutta la potenza creatrice e rivoluzionaria del desiderio (una forza che, dice a un certo punto Galimberti, rischia di andare perduta nel mondo contemporaneo, in cui ogni desiderio viene anticipato e in cui, per esempio, regaliamo ai bambini imponenti quantità di giocattoli ancor prima che li possano desiderare).

Ma Amore, rivela Socrate, è soprattutto un intermediario – in greco viene utilizzata la parola metaxù – tra mortali e immortali, un mediatore tra uomini e divinità, tra ragione e follia. La follia è quella del mondo degli dei, in cui tutto è mescolato, “giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame”, come dice il filosofo Eraclito. La ragione, invece, è prerogativa dell’uomo, è quel principio di non contraddizione su cui, per lo stesso Platone, deve fondarsi l’ordine della civiltà umana. Eppure Platone dice anche che ogni uomo ha la possibilità di entrare nel mondo divino della follia, la parte più insondabile dell’anima, spiega Galimberti, quella che tuttora trova espressione nella dimensione più creativa di ognuno di noi, nei sogni notturni per esempio, oppure nell’arte. La persona amata rappresenta la via d’accesso e di uscita a questo mondo: l’Amore, spiega il filosofo, non avviene “tra me e te, ma, grazie a te, tra la mia ragione e l´abisso della mia follia”.

La formula su cui è costruito lo spettacolo – alternanza tra lettura teatrale e ‘lezione’ filosofica – è davvero efficace, le suggestioni sono tante e, nel dar voce all’immaginario filosofico e mitologico dell’antica Grecia, Galimberti dimostra una capacità di affabulazione tale che si starebbe ad ascoltarlo per ore.

Dopo aver introdotto il tema con gli immortali versi d’amore della poetessa Saffo, Margherita Buy e Sergio Rubini incantano il pubblico facendo risuonare in tutta la loro intensità e forza poetica le pagine platoniche.

Per esempio quella, potentissima, in cui la nascita di Amore viene spiegata attraverso un mito indimenticabile. Un tempo, racconta Aristofane, uno dei convitati al Simposio, gli uomini erano esseri perfetti, dalla forma circolare, e Zeus, il re degli dei, temendone la forza, volle tagliarli a metà. Ogni metà cercò allora di ricreare l’ unità di un tempo, stringendosi l’una all’altra, e fu allora che Zeus mandò nel mondo Eros affinché, congiungendosi fisicamente, le metà potessero tornare per un momento a essere gli uomini potenti e perfetti di un tempo.

L’uomo è incompleto, è una metà, una parte: il termine greco, spiega Galimberti, è sùnbolon, l’uomo è il simbolo di ciò che era un tempo, di un tutto e di una perfezione perduti.

Il grande mediatore, la strada verso il mondo della follia, la forza senza la quale l’uomo non può essere pienamente uomo. Questo è il ritratto di Amore che Umberto Galimberti ci consegna attraverso Platone. Una forza potentissima che, nel mondo di oggi come nell’antica Grecia, continua a muovere noi uomini gli uni verso gli altri.

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