Un borghese piccolo piccolo

Approda al Teatro Manzoni di Monza, nei giorni 7 – 8 e 9 febbraio, con l’interpretazione di Massimo Dapporto, una commedia che divenne un famoso film negli anni ’70:  “Un borghese piccolo piccolo“.

All’inizio della storia c’è un bellissimo romanzo, scritto con consapevole amarezza e straordinaria lucidità da Vincenzo Cerami. Poi fu un film, diretto magistralmente da Mario Monicelli. Ma è la prima volta che una storia emblematica come quella del Borghese piccolo piccolo arriva in teatro. Merito del giovane regista e attore Fabrizio Coniglio che, rifacendosi direttamente all’originale del romanzo, firma con grande capacità un adattamento che tiene saldo l’evolversi aspro della vicenda, svelando ulteriormente aspetti reconditi eppure cruciali.

Così, la storia di Giovanni Vivaldi risplende in tutta la sua disarmante evidenza.

Il Borghese piccolo piccolo (Giovanni Vivaldi) è un uomo di provincia che lavora al ministero, il cui più grande desiderio è quello di “sistemare” suo figlio Mario, proprio in quel ministero in cui Giovanni lavora da oltre trent’anni.

Ma come ottenere una raccomandazione per il figlio? Ecco l’inizio della sua ricerca disperata di una “scorciatoia”, in questo caso rappresentata dalla Massoneria, per garantire un futuro al figlio.

Le aspirazioni, il desiderio di aggirare le regole che una società democratica e civile impone, sembrano quasi connaturate nell’animo di ogni cittadino italiano. La Scorciatoia o la raccomandazione è avvertita dalla nostra società come qualcosa di necessario per sopravvivere…

La raccomandazione, la massoneria, il capetto da blandire, pur di sognare un futuro migliore: nel ritratto di questo padre di famiglia c’è tanta storia d’Italia.

E la sua straordinaria, feroce, attualità.

Ma, come è noto, la vicenda prende una piega tragica. Non c’è scampo, non c’è speranza: una pallottola vagante cambia il corso della storia.

Nella sua versione teatrale, Un borghese piccolo piccolo ha il corpo, i toni, i gesti, di un attore di classe quale Massimo Dapporto che aderisce al piano registico e alla drammaturgia dando al suo personaggio risvolti di ulteriore drammaticità, di umanità stanca, dolente, che cerca di trattenere in vita un sentimento ma è travolta dai fatti della vita sino a diventare una creatura mostruosa e cinica. Uno spettacolo coraggioso, alto, testimonianza implacabile della natura retriva e violenta di certi apparati – e mentalità – del nostro Paese

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