Un rospo nel solco del carro

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di Enzo Biffi

Cita testuale un proverbio dialettale brianzolo poco noto: “Cume un sciàtt in carèngia” , ovvero stare come un rospo nel solco del carro.

La condizione è quella di chi si sente al sicuro, protetto e ben tranquillo, ignaro però di trovarsi nel punto più pericoloso della via. Il rospo non lo sa ma, presto o tardi, la ruota del carro riempirà il suo naturale solco e a lui non resterà che affidarsi al cielo.

Ce ne stavamo così noi dell’occidente, certi del nostro sicuro stare, certi del riparo conquistato, col pericolo tenuto a bada. Il solco accogliente dava certezze acquisite per status e il destino, ovviamente a noi mai avverso, ci lasciava solo un’ansia generica, tutto sommato sopportabile.

Ma in un giorno qualunque, il carro è arrivato e noi, lì sotto, rospi dapprima increduli e poi perfino offesi, abbiamo cominciato a guardare con altri occhi quello che pensavamo essere il nostro scontato stare.

Così, senza preavviso, ci si è palesato l’inganno o meglio abbiamo dovuto soltanto ammetterne l’esistenza. Negli anni, insieme a qualche dubbio, in molti di noi è cresciuto un disagio esistenziale, un’indecifrabile fatica accompagna le nostre giornate facendoci appena intuirne il motivo.

Soffrire di ansia esistenziale sembra essere il passaporto scontato per il viaggio che deve compiere l’uomo moderno e civilizzato.

Il “senso del vivere” occidentale sembra essere solo il colmare l’enorme palloncino di gomma che sono diventate le nostre vite. Lo riempiamo di cose, incontri, esperienze, viaggi, amori, amicizie; e più il palloncino si dilata, più cresce in noi l’ansia di prestazione, l’incapacità di raggiungere un limite che non vediamo più, gonfi di noi stessi.

Un’unica bolla dove tutto si confonde: progresso con successo, civiltà con consumo, amare con possedere, sapere con accumulare e via dicendo.

Il mercato ha le sue ragioni e le sue tirannie, la democrazia la sua complessità, la convivenza i suoi conflitti, la globalizzazione i suoi sconfitti.

Il pianeta dal canto suo, da molti anni ci urla in faccia l’eccesso in cui ci siamo persi e ora, forse in extremis, ci impone il silenzio e l’isolamento, quasi a dire che non ci son più nemmeno le parole, già riempite di senso prima e svuotate dopo.

Niente manifestazioni o riunioni, solo una quiete antica, dimenticata e quasi mistica. Ognuno in silenzio con sé stesso, ascoltando le sole cose che fanno vera un’esistenza: la vita e la morte.

Chissà, forse l’unica flebile eredità di questo amaro tempo sarà l’attitudine a non dar niente di scontato, tanto meno il futuro; perché se ogni solco ha un carro che lo attende, ogni rospo ha un destino da incontrare.

Noi intanto, restiamo rospi in attesa, non di baci miracolosi, ma di pensieri illuminanti.