Una Chiesa “dalle genti” a Monza

di Francesca Radaelli

Che cosa pensano di noi italiani i cristiani che arrivano a Monza dal Sudamerica, dall’Africa, dalle Filippine? In che modo la Chiesa ambrosiana è chiamata all’incontro con le comunità provenienti dagli angoli più lontani del mondo? “Dalle genti…insieme verso…” sono le parole da cui ha preso le mosse l’incontro andato in scena a Monza lo scorso venerdì 20 aprile, presso il Cineteatro Sacro Cuore di Triante, organizzato dalla Commissione Socio Politica decanale nel contesto dei ‘Dialoghi di Vita Buona’. Parole che riecheggiano il titolo del Sinodo “Dalle genti” indetto nello scorso mese di gennaio dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che ha voluto in questo modo puntare l’attenzione sulle differenti comunità cattoliche presenti nella Diocesi milanese.

Se infatti quella cattolica non può che essere per definizione una Chiesa “dalle genti” – che vive nella e della ricchezza di comunità di fede che sono espressione delle diverse identità che il cristianesimo ha assunto nelle differenti aree del mondo in cui si è diffuso nel corso della sua storia – una delle grandi sfide di oggi sul territorio milanese sta proprio nella relazione tra le “genti” provenienti da paesi lontani che vivono e pregano a stretto contatto con i fedeli della Chiesa ambrosiana,  portando con sè la cultura e la religiosità dei loro paesi d’origine.  

Da sinistra: Vanessa, suor Maria Rosa, Jerry, don Mario Antonelli, Egidio Riva, Fabrizio Annaro

Mondi esotici e spesso difficili da comprendere, a cui un tempo i missionari approdavano percorrendo lunghissime distanze e che oggi si trovano a vivere vicinissimi tra loro e gomito a gomito con noi, subito fuori dalla porta delle case e delle chiese frequentate da monzesi e milanesi. Sono le comunità religiose filippine e sudamericane, ma anche quelle provenienti dai paesi del continente africano, per non parlare degli ortodossi dell’Europa dell’est e dei musulmani, anch’essi ‘figli di Abramo’. Comunità dalla vita religiosa vivissima e vivacissima, fatte di persone che lontane dai loro paesi di origine proprio nella fede trovano spesso uno dei tratti irrinunciabili della propria identità di gruppo.

Lo si capisce immediatamente sentendole parlare, in un italiano che forse siamo poco abituati ad ascoltare e che lascia trasparire tutto il percorso di migrazione e costruzione di una nuova vita sul nostro territorio. In particolare, nel corso della serata organizzata dalla Chiesa monzese è stato possibile ascoltare i protagonisti del docufilm Figli di Abramo, girato da Simone Pizzi e dalla Cooperativa in Dialogo: cattolici di origine filippina, ortodossi rumeni e musulmani che vivono nell’area milanese. Ma a prendere la parola sono stati anche la colombiana Vanessa e Jerry, di origine filippina, invitati a portare la propria esperienza come relatori.

“In Colombia la messa è un’occasione di festa, le persone partecipano in modo gioioso, col sorriso”, ha raccontato Vanessa. “Non è stato facile abituarmi alla ‘serietà’ degli italiani durante le celebrazioni: inizialmente mi sono sentita poco accolta, poi ho capito che si tratta solo di un modo diverso di vivere la fede”. Oggi ti senti più colombiana o più italiana?, chiede Fabrizio Annaro, moderatore dell’incontro a Vanessa: “Colombiana e italiana”, risponde lei.

“Sicuramente più cristiano”, è invece la risposta alla medesima domanda del filippino Jerry, al termine del racconto del proprio percorso di fede, tra le Filippine e il nostro paese.

È invece italianissima suor Maria Rosa che ha però avuto l’occasione di incontrare un buon ‘pezzo di mondo’ a Monza, frequentando le donne di Spazio Colore, il centro di incontro per italiane e straniere di piazza Carrobiolo: “Il tè del venerdì pomeriggio con le altre donne che frequentano il centro è uno spazio che ora sento mio, che mi ha fatto crescere come donna e come donna di fede. Ci sono incontri che cambiano la vita e credo che papa Francesco intenda anche questo quando parla di Chiesa ‘in uscita’”, ha sottolineato suor Maria Rosa.

D’altra parte l’incontro appare difficilmente evitabile in un panorama demografico in cui la presenza straniera, a Monza così come nell’intera diocesi, rappresenta un fenomeno strutturale e continua  a crescere. I numeri esposti dal sociologo Egidio Riva sono estremamente eloquenti: oggi il 12,6% degli abitanti di Monza sono di origine straniera, pur distribuiti non uniformemente nei diversi quartieri, e dal 2000 a oggi la presenza straniera in città risulta moltiplicata per cinque. Tra le nazionalità più presenti spiccano i rumeni, seguiti da egiziani, peruviani, ecuadoregni e albanesi, peraltro le nazionalità da più tempo in Italia. A livello anagrafico la presenza straniera si colloca nella fascia dei giovani adulti e un dato da non trascurare quando si parla di invecchiamento della popolazione e di società del futuro è il fatto che nelle fasce da 0 a 5 anni e tra 25 e 40 anni gli stranieri rappresentano circa un quarto della popolazione monzese: “La situazione attuale”, sottolinea Egidio Riva, “è il risultato di anni di migrazioni dettate da ragioni economiche. Oggi siamo di fronte a un modello migratorio diverso, legato a motivi umanitari. Per questo è difficile tracciare previsioni certe sui trend del futuro”.

E proprio dai fenomeni demografici che stanno attraversando il territorio della diocesi prende le mosse il sinodo indetto dall’arcivescovo Delpini: “Non semplicemente un sinodo sui migranti”, ha voluto precisare don Mario Antonelli, professore di teologia al seminario di Venegono a Varese e recentemente nominato vicario episcopale. “Piuttosto, un sinodo che mette sul piatto una riforma della diocesi di Milano, che riguarda le parrocchie e le singole comunità. Non si tratta solo di accogliere i migranti nelle comunità cristiane, ma di riconoscere l’opera dello spirito di Dio che attira tutti a sé, ciascuno con la sua singolarità”.

Noi cristiani siamo cattolici? Chiede don Mario, riprendendo le parole del teologo Henri De Lubac e tracciando l’immagine di una Chiesa che deve essere capace di valorizzare la singolarità, i tratti distintivi, le differenze. “Nell’incontro con l’altro dobbiamo fare attenzione a non andare alla ricerca affannosa del minimo comun denominatore, di un’integrazione che se è ‘a tutti i costi’ non può che essere unilaterale. Solo valorizzando la reciprocità, lasciandosi interpellare dalle differenze, la Chiesa brianzola e milanese può uscire arricchita dall’incontro con le altre comunità presenti sul territorio”.

Il pericolo è accostarsi all’incontro con il diverso in modo superficiale, accogliere le comunità straniere con sufficienza e senso di superiorità verso una religiosità giudicata poco più che ‘folcloristica’.

Come antidoto, don Mario consegna al pubblico l’immagine e l’esempio di una donna della città di Filippi, Lidia, convertita da san Paolo, di cui racconta Luca negli Atti degli Apostoli. “Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa”: con queste parole Lidia offre ospitalità agli apostoli, “e li costrinse ad accettare”. E’ questo l’esempio di accoglienza da seguire: Lidia ha compreso che, accogliendo loro, lei sta accogliendo Gesù nella propria casa.

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