La bella estate di Cesare Pavese

di Francesca Radaelli

Un’estate di scoperta, una stagione che apre d’improvviso le porte su un mondo nuovo, eccitante e pieno di promesse, in cui si dischiude un turbine di possibilità, incontri e speranze. Ne La bella estate, romanzo breve pubblicato nel 1949 da Cesare Pavese, la sedicenne Ginia, giovanissima sartina di Torino, vive il passaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso il rapporto con Amelia, una ragazza poco più grande. E’ lei a  introdurla nell’universo di pittori e studenti bohemien che lei frequenta e che esercitano su Ginia un fascino irresistibile.

Per Ginia, ragazza già matura e responsabile, che vive col fratello e non con i genitori e ha un impiego che le assorbe buona parte della giornata, l’uscita dall’adolescenza passa attraverso la ricerca di qualcosa di nuovo in quel mondo così diverso da quello, operoso e coscienzioso, in cui lei ha sempre vissuto. Un mondo in cui le ragazze come Amelia, che fanno le modelle dei pittori, arrivano a posare completamente nude nello studio degli artisti, in mezzo a un groviglio di pulsioni che restano indistinte e indecifrabili agli occhi di Ginia.

Un mondo in cui lei, a un certo punto, crede di riconoscere l’amore nel sentimento che la lega al giovane pittore Guido, con cui inizia una relazione e davanti a cui sceglierà infine di mostrarsi nuda, per farsi ritrarre, proprio come l’amica modella. Sarà però proprio quello il momento in cui davanti agli occhi fiduciosi di Ginia quel mondo tanto ricco di fascino e di sogni si svelerà anch’esso nella sua nudità crudele. E la ragazza si renderà conto che una ‘bella estate’ per lei non potrà più esserci.

La vicenda raccontata da Pavese può apparire un po’ anacronistica agli occhi del lettore di oggi: più che di modelle in posa per i pittori oggi si racconterebbe di adolescenti che fanno le hostess o le ‘ragazze immagine’. Lo stile, a volte allusivo e sempre reticente, con cui si esprimono lo scrittore e i suoi personaggi, lo è ancora di più: parlare di sessualità oggi non è certo un tabù, tanto meno nelle opere di narrativa, né tanto meno di una carica sessuale come quella ben presente nella relazione tra le due amiche.

Eppure proprio per queste ragioni forse vale la pena di riprendere in mano questo breve romanzo, che riesce a trasmettere, in modo estremamente poetico e in fondo più veritiero di quanto sembri, quella dimensione di sogno indefinibile e di speranze che ancora non prendono forma, che è l’essenza stessa dell’adolescenza. Un’estate che, come Ginia stessa si rende conto, è destinata a durare troppo poco.

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