Unione Europea: ripartiamo dalle radici

di Marco Riboldi

Non da oggi serpeggia nell’opinione pubblica, italiana e non solo, un sentimento di incertezza intorno alla Unione Europea, alla sua capacità di realizzare davvero una politica comune tra gli stati membri e di affrontare con efficienza le sfide del XXI secolo.

A troppi l’Unione sembra un elefantiaco meccanismo burocratico che non riesce a svolgere una funzione positiva ed aggregante: pare che essa si limiti a diramare una serie di regole soffocanti, suggerite da una rigidità finanziaria ed economica puramente contabile.

Ad altri, sembra addirittura un organismo non solo di dubbia utilità, ma pericoloso, perché mirante a realizzare un controllo politico da parte di alcuni stati sugli altri partner.

La questione, già oggetto di dibattiti piuttosto accesi nelle varie campagne elettorali, ha preso ulteriore vigore a seguito di almeno tre fatti: la ondata migratoria proveniente dai paese extra comunitari (a torto o a ragione, occasione di reciproche accuse tra i vari stati), la cosiddetta “Brexit” (che a qualcuno ha fatto sorgere desideri di imitazione) ed infine l’attualissimo grave caso della pandemia, in merito alla quale l’Unione sta reagendo in ritardo e in ordine sparso.

Non sono in grado di fornire competenti risposte a domande troppo complesse tipo se l’Unione serva e se valga la pena di difenderla, se l’euro sia una opportunità o una sciagura, se la struttura europea non abbia finito per far diventare la Germania, uscita sconfitta dalla guerra, la vincitrice della pace nel mezzo secolo seguente ecc.

Questi quesiti toccano altri, che sappiano fornire qualcosa in più di una semplice opinione personale.

Offro il mio contributo, ripercorrendo l’idea iniziale, quella da cui scaturì il cammino, lungo ed accidentato, che è stato poi percorso: mi riferisco al “Manifesto” redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni che nel lontano 1941, nel confino fascista di Ventotene elaborarono il primo progetto di Unione.

Mi piacerebbe qui richiamare i grandi ideali e le profonde riflessioni che animarono quel momento sorgivo.

Gli Autori

Anzitutto un cenno alle tre personalità citate.

Altiero Spinelli

Altiero Spinelli (1907 – 1986), intellettuale da sempre antifascista, per la sua azione politica in seno al partito comunista fu condannato a carcere e confino. Scontò quest’ultima pena a Ventotene, dove ebbe modo di conoscere personaggi del calibro di Sandro Pertini ed Ernesto Rossi. Fu tra i non molti comunisti che si allontanarono dal partito non accettando lo stalinismo e la dittatura. Elaborò il “Manifesto” di cui parleremo. Dopo la guerra, continuò la sua carriera politica sempre animato dagli stessi ideali, che lo portarono alla fondazione di un movimento federalista ed ad incarichi nel Parlamento italiano e nella Commissione e nel Parlamento europeo.

Ernesto Rossi

Ernesto Rossi (1897-1967): volontario nella prima guerra mondiale, si avvicinò, ventenne, al fascismo, ma prima ancora della Marcia su Roma maturò il distacco dalle idee mussoliniane, grazie soprattutto alla influenza di Gaetano Salvemini. Animatore antifascista dei gruppi repubblicani e liberal democratici, anticlericale e federalista, nel confino di Ventotene conobbe gli altri esponenti con cui scrisse il “Manifesto”. Fu protagonista di una stagione importante del giornalismo politico e culturale italiano, diventando un punto di riferimento di testate della sinistra liberal-radicale italiana come “Il Mondo” e “Astrolabio”. Militò anche nel Partito radicale.

Le sue convinzioni in merito alla necessità di un capitalismo moderno, slegato da monopoli e connivenze con il potere politico e il suo acceso anticlericalismo caratterizzarono l’impegno politico che lo animò sino alla sua scomparsa.

Eugenio Colorni

Eugenio Colorni (1909- 1944): di famiglia ebraica, filosofo, insegnante e saggista.

Da sempre antifascista , vicino alle idee di Giustizia e Libertà e in seguito tra i principali rappresentanti del partito socialista clandestino durante il fascismo, venne arrestato come oppositore del regime ed ebreo, nel 1938. Confinato a Ventotene, diede un suo decisivo contributo alla stesura del Manifesto.

Trasferito a Melfi, riuscì a fuggire e divenne uno degli organizzatori della prima Resistenza, costruendo quella che di fatto fu la prima Brigata Partigiana “Matteotti” e lavorando alla edizione clandestina de ”l’Avanti!”. Fu lui, nel 1944, a pubblicare una prima edizione del Manifesto, anch’essa ovviamente clandestina, .

Venne ucciso da un gruppo di militi fascisti pochi giorni prima della liberazione di Roma.

Il Manifesto di Ventotene

Nel 1941, nel pieno dei successi hitleriani, i tre confinati politici, ristretti nell’isola di Ventotene, elaborarono un documento dal titolo “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Tale documento ebbe successive elaborazioni e venne pubblicato in seguito, data la situazione politica; esso costituisce la prima riflessione federalista in merito alla futura Europa del dopoguerra.

E’ composto sostanzialmente da tre parti.

Nella prima si analizzano con un interessante anche se rapido approfondimento storico- culturale, le caratteristiche che in qualche modo danno forma alla mentalità e alla società della modernità.

Nella seconda si esprime quale necessità essenziale del dopoguerra il lavoro politico per la costruzione di una Europa unita, partendo dall’analisi delle conseguenze che la guerra lascerà.

Nella terza parte si propongono i punti essenziali di un programma politico e si delineano le caratteristiche del nuovo movimento federalista che deve essere il motore della proposta politica.

Veniamo alla lettura del testo.

Il documento (mi attengo al testo base del 1941) parte dalle caratteristiche della società moderna, che agli autori appaiono sostanzialmente tre.

L’età moderna è età della libertà, della eguaglianza, dello spirito critico.

Lo stato-nazione, indipendente, unitario, caratterizzato da una identità per etnia, lingua ecc. afferma la libera circolazione, all’interno dello stato, di persone, idee, merci. Le istituzioni divengono più civili e sono aperte a tutti i cittadini, cui si prospetta maggior protezione sociale, con assistenza, istruzione e così via. Dal punto di vista culturale, l’età moderna pretende poi che ogni sapere si giustfichi razionalmente e scientificamente, dando spiegazione delle proprie pretese.

Ma tutto questo si accompagna ai suoi risvolti negativi.

Presto i germi del nazionalismo imperialista conducono alla visione dello stato come una entità suprema, quasi una divinità cui tutto va subordinato.

La categoria del dominio sul nemico diventa determinante.

Il totalitarismo fascista realizza in pieno questa visione: siamo costantemente uno stato in guerra, nel quale la vita di uomini e donne è a servizio dello stato medesimo e deve essere prontamente sacrificabile allo stesso.

Tale visione è funzionale agli interessi delle classi egemoni, che non possono accettare che la pretesa eguaglianza davanti alla legge si trasformi veramente in una eguaglianza sociale, con le conseguenti riforme (imposte progressive, spesa sociale, istruzione per tutti, ecc.)

Alla fine della prima guerra mondiale tale ”pericolo” della eguaglianza sostanziale era troppo forte. Formidabili gruppi industriali e finanziari premevano sui governi.

Lo stato democratico sembrava non reggere e si fece avanti l’idea del totalitarismo come unico mezzo efficace.

La stessa “rivoluzione spirituale” dello spirito critico non ha resistito al totalitarismo.

Così, ad esempio, la scienza razzista è funzionale all’imperialismo, anche se non è scienza, come non è scienza la teoria degli “spazi vitali”, in un mondo sempre più globale.

Ma si tende a “purificare” cultura e scienza, rimuovendo le visioni e le opere “non ortodosse”.

La Germania nazista incarna al meglio tutto questo. Se vincesse, si dicono gli autori, il dominio sarebbe assoluto. Ma non succederà, perché il nazismo ha scatenato contro sé le forze più potenti del mondo moderno: la Gran Bretagna, che ha resistito eroicamente da sola, dando tempo alla Unione Sovietica e agli Stati Uniti decidere per l’intervento.

Esaurita la crisi, quali saranno i compiti del dopoguerra?

Solo una politica internazionalista potrà consentire una svolta nella nostra civiltà.

L’autentico dibattito politico che dividerà progressisti da reazionari non sarà più determinato dall’opinione su quanta democrazia o su quanto socialismo realizzare, ma se rimanere nell’angusto spazio politico istituzionale degli stati o se impegnarsi nella costruzione di un solido stato sovranazionale.

Occorre infatti che ci sia una capacità di intervento internazionale, anche per poter entrare in campo laddove rinascesse un totalitarismo pericoloso. (in questo la Società delle nazioni si era rivelata impotente. Noterella: e l’ONU di oggi?)

D’altra parte non si può pensare ad una umiliazione della Germania (errore già commesso dopo la prima guerra mondiale) o a un suo spezzettamento territoriale (questo è stato scritto nel 1941!) o a una sua pura e semplice conservazione.

Occorre ricostruire.

Si propone qui un’analisi lucida e ferrea dei limiti della prassi politica dei partiti democratici tradizionali (liberali, conservatori, socialisti…) che in una fase di ricostruzione, di per sé rivoluzionaria dopo gli sconquassi della guerra, rischieranno di essere inefficaci a causa della stessa macchinosità del consenso democratico: discussioni, lente e controverse progettazioni, complicata edificazione delle istituzioni… tutto ciò rallenta un processo che deve invece essere rapido e conclusivo.

Del pari inadatto sembra essere il metodo comunista della lotta di classe, che finisce per isolare la classe operaia in una solitudine politica che impedisce di rendere operativi i suoi ideali nella nuova società nascente (per tacere dei difetti insiti nel sistema comunista).

Facile a questo punto per le forze reazionarie utilizzare lo strumento dell’attaccamento patriottico e della difesa degli interessi nazionali per tornare allo “status quo ante”.

Ma in tal modo si comincerebbe da capo.

Serve al contrario un internazionalismo rinnovato, una politica d’insieme per l’Europa del dopoguerra: gli autori vedono nella federazione europea anche l’unica garanzia di una possibilità di dialogo alla pari con il resto del mondo (America ed Asia soprattutto).

Quindi una profonda riforma della società in un’Europa federale, libera , unita, forte.

Gli autori propongono 5 punti programmatici per quello che chiamano un socialismo non dogmatico e repressivo.

  • evitare la creazioni di monopoli privati capaci di ricattare i consumatori soprattutto nei settori strategici (energia, imprese cui servono necessariamente dazi protettivi,ecc.)
  • incentivare le riforme economiche che puntano a dare ai lavoratori la partecipazione al controllo delle loro imprese (riforma agraria per evitare la rendita fondiaria, cooperazione nella industria, azionariato dei dipendenti ecc.)
  • larga diffusione del sistema della istruzione pubblica, che consenta a tutti di accedere fino ai gradi più alti, in modo da lasciare spazio ai meritevoli qualunque sia il punto sociale di partenza
  • sistema di stato sociale che assicuri un tenore di vita dignitoso, “senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio” (noterella polemica: chissà cosa direbbero del modo con cui si sta distribuendo il cosiddetto “reddito di cittadinanza”)
  • libertà assoluta dei lavoratori nella scelta dei fiduciari per la contrattazione. Insomma nessun monopolio sindacale da parte di alcuna organizzazione.

Gli autori non si dilungano sulle questioni istituzionali e costituzionali, convinti come sono che questo sarà lavoro da verificare con le condizioni concrete del momento in cui si opereranno tali riforme.

Due soli punti sottolineano.

La necessità di superare il sistema corporativo messo in campo dal fascismo (oggi questo aspetto è meno attuale, ma all’epoca da parte di alcuni si pensava alla possibilità di mantenere tale sistema anche in un futuro assetto democratico dello stato. Si spiega in questo modo anche il motivo del punto sui sindacati, di cui sopra)

La necessità di una idea di laicità dello stato, che tratti tutte le religioni su un piano di parità e di libertà, senza interferenze reciproche (si parla di una Chiesa Cattolica che non deve più concepirsi come una “società perfetta”: singolare che nell’elaborazione di questo principio, il Concilio Vaticano II sia arrivato molto prima delle istituzioni poitiche!)

Occorre quindi dar vita a una forza politica nuova, di respiro europeo (il Movimento Federalista) che sfuggendo ai vincoli delle politiche nazionali e dei partiti tradizionali sappia creare un vasto movimento d’opinione in tutta Europa, così che uno Stato sovranazionale abbia strutture, organi e mezzi per far eseguire ai singoli stati federati quel che in sede sovranazionale viene deciso.

Gli autori ritenevano che tutto questo fosse urgente e che dovesse essere il compito essenziale del dopoguerra.

Contempliamo smarriti quanto settantacinque e più anni dopo, ancora si sia lontani da ciò che nel “Manifesto” era augurato.

Restano oggi le domande di fondo che dobbiamo porci e che forse anche le vicende della pandemia attuale hanno riportato alla mente di tutti: ma noi, popoli europei, siamo in grado di realizzare tutto questo? E, ancora più alla base, lo vogliamo davvero?

Spero di essere riuscito nell’intento, che era quello di offrire al lettore un’occasione per esaminare le speranze di ieri guardando alla realtà di oggi, così da trarne qualche riflessione, confrontandosi con le ultime parole del Manifesto: “La via da percorrere non è facile, né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”