Uno sguardo sulla sanità italiana

di Roberto Dominici

Fin dal suo insediamento questo esecutivo si è autodefinito il governo del cambiamento ma io aggiungerei subito che si tratta di un cambiamento tutto da verificare. Il capitolo Sanità del contratto, sottoscritto dall’attuale esecutivo, si apre con un’affermazione di buone intenzioni che vanno nella direzione di preservare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario a finanziamento prevalentemente pubblico e di tutelare il principio universalistico su cui si fonda la Legge n. 833 del 1978 istitutiva del Servizio sanitario nazionale (SSN).

Tutelare il SSN significa salvaguardare lo stato di salute del Paese, garantire equità nell’accesso alle cure e uniformità dei livelli essenziali di assistenza e afferma la volontà di tutelare i princìpi fondanti della legge prima citata, quali equità, sussidiarietà ed universalismo.  Il programma riporta inoltre che è necessario recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza (LEA) attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, così da risolvere alcuni dei problemi strutturali.

Tuttavia, se il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale rappresenta un’inderogabile necessità per garantire la reale sostenibilità dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale, oltre che più in generale il rilancio del SSN, il recupero integrale in una legislatura di tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica appare un obiettivo molto ambizioso se guardiamo agli ultimi 5 anni, assolutamente utopistico se riferito al periodo 2010-2018, visto che tra tagli e definanziamenti la cifra è prossima ai € 40 miliardi di euro. Infatti, ripercorrendo finanziamenti programmati dai Documenti economico-finanziari (DEF), fondi assegnati dalle Leggi di Bilancio, tagli e contributi alla finanza pubblica a carico delle Regioni, i numeri parlano chiaro:

• Le manovre finanziarie relative al periodo 2010-2015 hanno sottratto al SSN una cifra compresa tra € 25 miliardi (secondo il Governo) e € 30 miliardi (secondo le Regioni).

• L’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica nel periodo 2015-2019 ha determinato, rispetto ai livelli programmati, una riduzione cumulativa del finanziamento del SSN di € 12,11 miliardi.

• Nel corso dell’ultima legislatura il finanziamento nominale è aumentato di quasi € 7 miliardi: dai € 107,01 del 2013 ai € 114 miliardi del 2018, di cui sono “sopravvissuti” solo € 5,968 miliardi.

• Il finanziamento pubblico tra il 2010 e il 2017 è cresciuto in media dell’1% annuo in termini nominali, tasso inferiore all’inflazione media annua pari a 1,19%.

• Il rapporto spesa sanitaria/PIL è precipitato dal 7,1% del DEF 2013 a percentuali mai viste con il DEF 2018: 6,6% per il 2018, 6,4% per il 2019 e 6,3% per il 2020 e 2021.

Nel sacrosanto rispetto dei vincoli di finanza pubblica e con i conti della sanità finalmente in ordine, tutti questi interventi pesano come un macigno sul cuore di un SSN che inizia a mostrare troppi acciacchi per essere solo quarantenne. Infatti, non solo si è indebolito il sistema di offerta di servizi e prestazioni sanitarie, aumentando le difficoltà di accesso alle cure e le diseguaglianze, ma l’Italia è progressivamente retrocessa nel confronto con gli altri Paesi:

• Percentuale del PIL destinato alla spesa sanitaria totale: siamo poco al di sotto della media OCSE (8,9% vs 9%), ma in Europa fanalino di coda insieme al Portogallo tra i Paesi dell’Europa occidentale con progressivo avvicinamento ai livelli di spesa dell’Europa orientale.

• Con una spesa pro capite totale inferiore alla media Ocse ($ 3.391 vs $ 3.978) siamo in pole position tra i “Paesi poveri” dell’Europa: Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Polonia e Lettonia.

• Dal 2000 al 2016 la spesa pubblica in Italia è aumentata del 71% con incremento medio percentuale annuo del 4,44% che ci posiziona in fondo alla classifica Ocse, precedendo solo Islanda, Portogallo, Israele e Grecia.

• Se nel periodo 2000-2007 la spesa sanitaria pubblica è aumentata del 45% (vs media Ocse 59%), nel 2008-2016 l’incremento è stato dell’8% (vs media Ocse 33%): peggio di noi solo Portogallo (+6%) e Grecia (-23%).

A fronte delle intenzioni contenute nel contratto di Governo tutti gli stakeholders della sanità aspettano con ansia di conoscere l’entità dell’ossigeno che il nuovo esecutivo sarà in grado di erogare per rianimare il SSN. A tal proposito, il 25 luglio scorso la ministra della Salute Giulia Grillo nella sua audizione in Parlamento ha ribadito che è cruciale rilanciare gli investimenti, e il 2 agosto ha confermato l’intenzione di aumentare il fondo sanitario nazionale, in particolare per coprire le risorse mancanti per sbloccare i nuovi Lea. Ma, al tempo stesso, ha invitato tutti a non farsi troppe illusioni, considerato che i molti impegni programmati dall’ esecutivo richiedono un notevole sforzo economico.

Ecco che allora è fondamentale analizzare un altro passaggio del Contratto di Governo dove si afferma che il recupero delle risorse avverrà grazie ad una efficace lotta agli sprechi e alle inefficienze, e grazie alla revisione della “governance” farmaceutica, all’attuazione della centralizzazione degli acquisti, all’informatizzazione e digitalizzazione del SSN, alla revisione delle procedure di convenzionamento e accreditamento, alla lotta alla corruzione e alla promozione della trasparenza, ovvero attraverso un virtuoso processo di disinvestimento e riallocazione.

Con questo programma, è ovvio che il banco di prova per la Sanità non potrà essere la Legge di Bilancio 2019, perché, a meno di iniziare a battere moneta, ad oggi manca il denaro sonante per rifinanziare a breve termine e in maniera consistente il SSN. Ma se le intenzioni sul SSN dichiarate nel Contratto di Governo sono reali, il vero segnale è atteso nel mesi di settembre nella nota di aggiornamento del DEF 2018, che dovrà mettere nero su bianco quell’inversione di tendenza del rapporto spesa sanitaria/PIL annunciata anche dalle parole del Presidente del Consiglio Conte nel discorso per la fiducia: “tornare ad investire nel settore invertendo l’attuale tendenza sancita nel DEF, che vede la spesa sanitaria scendere rispetto al PIL nei prossimi anni”.

Se così non fosse, le rassicuranti promesse del Contratto di Governo rimarrebbero lettera morta, lasciando ancora una volta che sia il futuro a prendersi cura del SSN e consegnando la scena a chi vuole continuare a spianare la strada alla privatizzazione della Sanità. Non si vuole demonizzare qui la sanità privata accreditata ma rilanciare quella sana competitività basata sull’offerta di servizi di qualità.

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