“Va tutto bene”

stefano cordella

di Francesca Radaelli

Il regista Stefano Cordella ci racconta lo spettacolo in scena sabato 5 e domenica 6 marzo al Teatro Binario 7 di Monza.

 “Va tutto bene”. Perché tutto deve andare bene. Anche quando, in una famiglia come tante, un padre come tanti da un giorno all’altro lascia moglie e figlio per cercare la felicità altrove.

Inizia così lo spettacolo prodotto nel 2014 dalla Compagnia Oyes con il sostegno del Teatro dei Filodrammatici di Milano, in cartellone il prossimo weekend al teatro Binario 7 di Monza. Una commedia divertente nata da un particolare esperimento di drammaturgia collettiva, che ha già ottenuto un buon successo di pubblico. Ne abbiamo parlato con il regista e ideatore dello spettacolo, Stefano Cordella.

Partiamo dal titolo: “Va tutto bene”. E’ una domanda, una risposta o una bugia?

E’ una frase assurda. E in effetti siamo partiti proprio dall’assurdità di questo titolo. Quando va tutto bene? E’ praticamente impossibile che vada tutto bene, qualcosa può andare bene, ma di solito c’è qualcos’altro che tanto bene non va. Eppure lo diciamo tante volte, a noi stessi e agli altri, è un’espressione che ci troviamo a ripetere spesso. E nello spettacolo la usiamo proprio per raccontare una serie di condizioni di non serenità, anche se spesso il mantra che si ripetono i personaggi è proprio questo: non c’è niente che va male, non pensiamoci, va tutto bene, chiudiamo gli occhi e andiamo avanti.

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Tutto ruota intorno a una famiglia apparentemente normale e ordinaria. Quali sono i personaggi principali della vicenda?

E’ una famiglia in cui, sin dall’inizio i ‘non detti’ sono parecchi. Il padre se ne va, la madre si rinchiude in casa davanti alla televisione, il figlio Attilio quasi diciottenne viene lasciato un po’ a se stesso e si aggrappa  a un amico che ha un modo molto problematico di vivere affettività e sessualità. Proprio su Attilio, che è un po’ il protagonista, il cuore della commedia, viene in qualche modo riversato tutto il malessere degli altri personaggi. Ma a un certo punto, a complicare le cose, arriva sul palco una quinta figura: un’animatrice-angelo, con le ali sulle spalle, venuta direttamente da Paradise, ossia dal villaggio turistico in cui il padre è scappato per ricominciare una nuova vita.

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Uno dei temi dello spettacolo è l’abbandono. In che modo questa condizione viene vissuta dai diversi personaggi? 

L’abbandono è innanzitutto l’azione che mette in moto la vicenda. Il padre abbandona casa, moglie e figlio e  se ne va. Poi ci sono altri tipi di abbandono, in cui cadono in modo più o meno consapevole i vari personaggi. La madre si lascia andare, si abbandona alla teledipendenza, al mondo finto del piccolo schermo. Il figlio vorrebbe abbandonarsi all’amore, al sesso, ma è frenato dall’amico che invece è tutto chiuso nella sua paura d abbandonarsi e lasciarsi andare, costruisce una serie di barriere intorno a sé, esclude il contatto fisico e sceglie di vivere in un mondo solo virtuale. E poi si tocca anche, sempre con un registro molto leggero, il tema dell’abbandono più definitivo: la morte. Proprio sul modo dei personaggi di relazionarsi con la morte abbiamo trovato un gioco teatrale molto divertente. Che però non voglio anticipare: lo scoprirete solo venendo a vedere lo spettacolo.

Lo spettacolo ha avuto una genesi molto particolare, puoi raccontarci come è nato?

Lo definiamo ‘drammaturgia collettiva’, nel senso che ogni attore ha contribuito alla definizione del testo, e alla costruzione del suo personaggio. Abbiamo lavorato tanto in improvvisazione: io ho creato una struttura di scene e durante le prove gli attori hanno giocato a improvvisare. Io guardavo, prendevo appunti, riprendevo con la telecamera. E infine mi sono occupato di fare la sintesi drammaturgica di quello che si è creato dopo circa otto mesi di prove, che è poi quello che vedrete sul palco. Ne è venuta fuori una tragicommedia, in cui si ride molto. Abbiamo cercato di non essere troppo cinici, anche se nel periodo in cui abbiamo lavorato alla costruzione dello spettacolo il cinismo andava indubbiamente di moda. Abbiamo voluto invece toccare con leggerezza temi universali come amore, famiglia, morte, amicizia, sesso. Per riflettere, ma con il sorriso.

Francesca Radaelli

 

 

 

 

 

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