Venti di pensieri: la Pasqua di Tito

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di Davide Villa

Una Pasqua strana quella del 2020.

Una Pasqua che sembrerà come il prolungamento della Quaresima.

O della quarantena, dato che tristemente le due cose coincidono.

In casa nostra è abitudine, soprattutto per merito di mia moglie, di accompagnare il tempo della Quaresima all’ascolto della Buona Novella di De André.

Un unicum di poesia e musica, che dipinge una storia di Cristo apocrifa ma quanto mai umana.

In queste canzoni troviamo magnificamente tratteggiati gli ultimi, i dimenticati.

In particolare alla fine dell’album si prende la scena Tito, il buon ladrone.

Inchiodato alla croce a fianco di Cristo lo guarda morire, mentre elenca i suoi peccati e le sue mancanze in un testamento orgoglioso, mentre la madre lo piange a fianco di Maria.

Ecco, credo che questa immagine sia esemplificativa della Pasqua che ci apprestiamo a vivere.

Un popolo non di santi, sulla croce della quarantena, che può solo osservare i propri salvatori morire alla fine di ogni turno, per poi risorgere e continuare nella lotta.

Come Tito, eccoci a gridare i nostri peccati dalla croce, quasi con orgoglio, con supponenza.

Siamo presi dalla rabbia, dall’insofferenza, dalla paura che questa situazione ha generato.

Qualcuno soffia su questo fuoco, sperando forse che una folla aizzata lo riconosca come capo.

Ecco, io auguro a tutti noi di alzare gli occhi e vedere quell’Uomo che muore.

E come scrive Faber “io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore.

Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore“.

Non cediamo al rancore, lo dobbiamo a chi risorge giorno dopo giorno per noi.