Vittorio Gregotti ovvero l’uomo, l’ambiente e il contesto storico in architettura

di Daniela Annaro

Architettura  come pratica sociale e  politica. E’  l’idea-guida di uno dei  grande padri dell’architettura italiana. Grande non solo in   senso anagrafico (ad agosto compirà 91 anni), ma  maestro e  punto di riferimento essenziale in materia. 

Vittorio Gregotti è stato progettista, ha insegnato ( tra i suoi allievi Renzo Piano), ha diretto riviste storiche come “Casabella“, è stato direttore della Biennale di Venezia  Arti Visive nel 1975, ha scritto più di trenta  libri. “Il territorio dell’architettura“, sorta di manifesto del suo pensiero, testo teorico  considerato fondamentale per chi studia la materia,  lo ha pubblicato nel 1966. Il territorio dell’architettura è ora il titolo della mostra al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea- a Milano interamente dedicata a lui e al suo studio Gregotti Associati,  rassegna a cura di Guido Morpurgo, fino all’11 febbraio (Catalogo SKIRA).

 

Centro Culturale di Belem – Lisbona

Vi si racconta  sessant’anni di attività sua e dei  soci e collaboratori: nomi noti della progettazione come Gino Pollini, Franco Purini, Pierluigi Cerri, Hiromichi Matsui. Nei 60 disegni autografi, nei 40 modelli e maquettes originali a cui aggiungere 700 riproduzioni e fotografie  si ritrova lo spirito con cui Gregotti ha esercitato la  professione:

L’idea di architettura come pratica sociale e politica, spiega il curatore Morpurgo, disciplina completa e colta.

“Un’attività critica che intende apportare un contributo alla crescita della società”  ripete spesso Gregotti.  L’itinerario della mostra viaggia a ritroso nel tempo: dagli ultimi progetti per la Cina, il Nord Africa e per l’Europa fino alle attività  iniziali a Novara, sua città natale,  firmati  insieme a Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino dal 1953 al 1969.  In metà percorso troviamo, tra gli altri, il Progetto Bicocca e quello  delle Z.E.N.  di Palermo di cui dice:

Un buon progetto che non è stato realizzato come avrebbe dovuto. Avevo previsto teatri, luoghi di lavoro.  Le periferie devono essere polifunzionali, avere un servizio unico per le città, mescolare i ceti e non confinare ceti.Per vent’anni è stato un’area senza servizi, occupata da chiunque. Ci portarono perfino gli sfollati del centro storico quando ancora mancavano acqua e luce. In pratica mi impedivano d’entrare come in seguito mi impedirono di portarlo a termine. Dopo il progetto non ci misi più piede.

Dopo Vittorio Gregotti, il PAC  proporrà altre rassegne dedicate ai grandi architetti e designer italiani. La prossima sarà un omaggio a Enzo Mari. Nel 2019, a Jacopo e Ignazio Gardella.

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