Vorrei che fosse sempre domenica

di Safia Zappa

Sei ragazzi entrano in scena, si siedono ognuno su una sedia e inizia il dialogo. Una ragazza apre al corriere, uno studente porta avanti la tesi mentre il suo migliore amico lo implora a uscire a prendere una birra, una segretaria si concede al suo superiore: queste storie si intrecciano a molte altre in un dialogo vivace e ritmato, a tratti anche comico. 

Ogni attore interpreta più personaggi.

Questo controcanto collettivo, che è stato rappresentato durante il fine settimana al Teatro Binario 7 a Monza, è lo spettacolo vincitore In-Box dal Vivo 2017,  e vi dirò subito il perché. Nascosta in quella leggerezza e freschezza della sceneggiatura, c’è una denuncia molto forte: il senso di schiavitù a cui porta troppo lavoro. I sei protagonisti si sentono legati ad un mondo che obbliga al lavoro, un mondo di cui si può godere solo se si riesce a guadagnare qualche cosa.

Una giovane coppia non trova il tempo per i propri figli, un uomo sta sempre sul furgone e non trova mai tempo per sé. Tutti i personaggi condividono la medesima necessità di avere più tempo libero.

Il lavoro dà la possibilità di poter vivere, poter andare in vacanza, comprare la maglietta che più si desidera, ma il troppo lavoro ci toglie il tempo e l’energia per goderci determinati momenti.

Un gruppo di ragazzi alla fine dello spettacolo discute di una possibile vacanza insieme, e non riuscendo a trovare più di tre giorni in cui tutti siano liberi, decide di trascorrere quei tre giorni a Sabaudia (una località balneare molto vicina da casa loro) e rinunciare a Mikonos o Barcellona.

Io sono del parere che accontentarsi è bene, ma non per questo arrendersi ad avere di più.

Il lavoro deve essere uno strumento per offrire un servizio agli altri, o allo Stato, ed avere un guadagno con cui vivere, non dobbiamo essere noi lo strumento del lavoro.

Come diceva il caro e vecchio Marx, il lavoro porta ad un’alienazione dell’operaio, perché quest’ultimo svolge un’attività per un terzo, non per se stesso.

Insomma, questo coro di vite, che fremono per un cambiamento, ma alla fine si arrendono perché la voce del lavoro è quella più forte, sono lo specchio della nostra società: sta a noi scegliere se provare a cambiare o lasciare tutto com’è.

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