16 novembre 1988: eletta in Pakistan Benazir Bhutto

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220px-Benazir_Bhutto_cropped“Quando fui eletta per la prima volta, dissero: «Una donna ha usurpato il posto di un uomo! Dovrebbe essere uccisa, dovrebbe essere assassinata, ha commesso un’eresia!»” Benazir Bhutto, in riferimento alle elezioni pakistane del 16 novembre 1988

25 anni fa Benazir Bhutto diveniva la prima donna eletta Primo Ministro in tutto il mondo mussulmano. La sua figura non nasceva dal nulla, bensì da una delle famiglie più potenti del paese e con un indiscusso patrimonio di popolarità. Una sorta di famiglia Kennedy pakistana, insomma. Il padre di Benazir, Zulfiqar Ali Bhutto, fu il primo Presidente eletto democraticamente in Pakistan nel 1971.

Fece del laicismo e dell’emancipazione femminile due capisaldi della sua politica. Rovesciato da un colpo di stato militare, fu condannato a morte per impiccagione nel 1979. Veniva da una famiglia di grandi proprietari terrieri, che poteva permettersi per il figlio studi oxfordiani. Benazir, donna che colpiva per la sua mirabile eleganza, unita a dei modi diretti e aperti, raccolse le redini del padre.

Fu incarcerata dal regime, sopportando anni di prigione, in isolamento, in condizioni durissime al limite dell’umano: in questo momento si convinse a riscattare e a rendere onore a quell’eredità pesante che suo padre gli aveva lasciato. I suoi studi le facilitarono il compito. Politica, filosofia ed economia a Oxford e Harvard altro non fecero che aprirle la strada verso la carriera politica che, a soli 35 anni, la portò a ricoprire la carica di Primo Ministro. Certo, tale formazione cosmopolita fu una delle chiavi per il successo che ebbe in un Occidente sempre attento alle questioni del sub continente indiano e dei suoi paesi confinanti.

Il Pakistan, infatti, sin dal 1947, aveva svolto un ruolo fondamentale all’interno del sistema bipolare formatosi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si pensi al conflitto Russia – Afghanistan e al ruolo del Pakistan, a titolo di esempio. Oppure si guardi alla questione dell’ascesa dei Talebani, sebbene posteriore al conflitto sino-americano. E così, sostenere che il governo di Benazir Bhutto ebbe una piega dichiaratamente filo-occidentale, sembra essere lecito. Entrambi i mandati della Bhutto (1988 e 1993) non furono spogliati dell’autocrazia e della corruzione – e questa fu l’accusa che maggiormente diffamò la sua persona, nonostante la proclamazione d’innocenza -, all’insegna di un latifondismo avallato da una parte del PPP, sostenitrice degli interessi dei grandi proprietari terrieri ma senza particolare attenzione per i progressi sociali, economici e culturali dell’intera società pakistana. Anche se uomini e donne che rappresentavano il suo partito, compreso il suo leader, Benazir appunto, erano certamente portavoce del bisogno di democrazia e di giustizia che veniva dal basso, dal popolo pakistano.

I risultati promessi si prestano poi a essere messi in discussione, per i più svariati motivi, senza particolare giudizio di valore. Nonostante i proclami di emancipazione femminile, ad esempio, la Bhutto non riuscì ad attuare nessuna riforma favorevole alle donne: la legge islamica venne mantenuta, il divorzio restò impraticabile e l’aborto rimase illegale. La presunta agenda democratica, marcatamente elitaria, fu pagata da Benazir con la morte. Democrazia sì, ma all’interno di una classe dirigente che si perpetua per legami di sangue, feudale e gerarchica, corrotta e costellata da scandali, veri o presunti. Ma il supposto ”avanguardismo” di Benazir, di cui il suo Paese aveva sino allora fortemente beneficiato, risultava ancora troppo scomodo.

Camilla Mantegazza

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