Battiato emoziona l’auditorium dello IULM

di Mattia Gelosa

Grande festa giovedì sera allo IULM, quando, con l’occasione dell’inaugurazione del nuovo polo di Cascina Moncucco, si è esibito gratuitamente Franco Battiato. Ad accompagnare il “Maestro” i suoi collaboratori più fedeli: il pianista Carlo Guaitoli, virtuoso di livello internazionale, l’altrettanto noto Nuovo Quartetto Italiano per la sezione degli archi e il fidato Angelo Privitera alle tastiere.

Un’ensemble praticamente classico, ma che esalta al meglio la forma delle canzoni del siciliano, imbevute di filosofia e capaci di toccare le corde dell’anima con emozioni diverse.

Battiato entra, saluta con un “benvenuti” le quasi 700 persone nell’auditorium e dà l’attacco sedendosi su una cassapanca coperta da un tappeto persiano. Da qui non si alzerà mai, ma la sua voce calda e le sue mani dai movimenti ampi ed espressivi catturano da subito l’attenzione della sala. Nessuno canta o parla, pare quasi di essere a messa, più che a un concerto, ma è il clima migliore per pezzi come “L’ombra della luce” o “Le sacre sinfonie del tempo”: i due pezzi di apertura, infatti, hanno testi rivolti al sacro e la prima è una vera e propria preghiera-invocazione a Dio.

Gli arpeggi del pianoforte e i vibrati dei violini emozionano esaltando al meglio i testi di Battiato, che offrono spunti di riflessione davvero interessanti.

Come non essere nostalgici sentendo frasi come l’incipit di “Segnali di vita”: “Il tempo cambia molte cose nella vita, il senso, le amicizie e le opinioni: che voglia di cambiare che c’è in me”?

Cantando “Il re del mondo” ci consiglia con strepitosa ironia di badare soprattutto alla nostra anima, perché “il giorno della fine non ti servirà l’inglese”, mentre nella trascinante “L’era del cinghiale bianco” evoca il malessere sociale di chi vive senza scopo declamando di vedere “L’ombra della mia identità, mentre sedevo al cinema oppure in un bar”.

Impossibile, poi, evitare i brividi nella famosissima “La cura”, in versione cameristica, ma ancora più intima e toccante, oppure nella magnifica “Lode all’inviolato”, che ci consola dicendoci che “ne abbiamo attraversate di tempeste”, ma che poi è sempre arrivato “un aiuto chiaro da un’invisibile carezza” e che “le nuvole non possono annientare il sole”.

Il Maestro canta assorto, gli anni si sentono solo quando abbassa di tonalità alcune melodie, per il resto canta in modo preciso concentrandosi sull’espressione. E come si tende a sentir dire dai giudici nei talent show, Battiato “arriva” e lo dimostra un episodio: davanti a me un bambino delle elementari, portato dai genitori, con un Nintendo in mano per distrarsi dal concerto. Dopo poche note, il Nintendo penderà dalla sua mano senza essere più toccato.

Non è magia nera, ma la forza di quella magia ancor più forte che è la musica, una musica sincera nata da un uomo che canta brani senza tempo, dai capelli bianchi, ma dallo sguardo vivace, seduto davanti a una sala enorme eppure un gigante in mezzo ad essa.

La chiusura, con l’ultimo brano scritto, “Le nostre anime”, del 2015, lascia non casualmente che sia la parola “amore” l’ultima del concerto.

Tra un brano e l’altro qualche aneddoto, battute, un sorso di the verde rigorosamente in tazza e dopo l’esibizione qualche foto e saluto ai fan che si erano messi davanti all’uscita.

Poi tutto si è spento e la gente ha iniziato a uscire, commentando: la sensazione era di avere quasi dei corpi più leggeri, come se qualcosa ci avesse sollevato e fatto bene, soprattutto all’anima.

 

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