di Francesca Radaelli
Sala piena e tanti volti giovani per il primo appuntamento del percorso formativo promosso dalla Caritas di Monza per il 2026, dal titolo “Desiderio di felicità. Religione e spiritualità: istruzioni per l’uso”. Ospiti della serata di lunedì 26 gennaio, condotta da Fabrizio Annaro e Gerolamo Spreafico, sono stati il giornalista Andrew Spannaus e il missionario del Pime Piero Masolo, entrambi collegati in diretta dagli Stati Uniti con la sala della Biblioteca del Carrobiolo. Le loro analisi hanno offerto preziose chiavi di lettura per comprendere l’America di Trump, nelle sue diverse prospettive: politica, economica, culturale.
“Dopo il ciclo di incontri sulla ricerca della felicità dell’anno scorso, è stata per noi una grande sfida quella di proporre come tema di quest’anno il desiderio della felicità”, ha detto Fabrizio Annaro aprendo l’incontro. “La domanda che vogliamo porre è se la religione, la spiritualità, la ricerca interiore possano essere il sentiero per trovare la felicità, anche in tempi difficili come quelli contemporanei”.

Ricerca della felicità o della ricchezza?
La domanda che ha fatto da filo conduttore del primo appuntamento è “Beati i ricchi?”. Ossia: la ricerca di ricchezza porta alla felicità? Per Fabrizio Annaro si tratta di un tema che non è solo individuale, ma attraversa le politiche degli stati, le relazioni tra nazioni: la ricerca della ricchezza sembra sempre più al centro delle dinamiche geopolitiche. E ad incarnare questa concezione oggi sono proprio gli Stati Uniti di Donald Trump.
Come sottolinea Gerolamo Spreafico, secondo il rapporto Oxfam 2025, presentato a Davos la scorsa settimana, la ricchezza è aumentata dell’81% dal 2020: siamo arrivati a 18.300 miliardi di dollari nelle mani di pochi miliardari. Otto volte il Pil dell’Italia. Invece, il tasso di povertà nel resto del mondo è rimasto invariato negli ultimi sei anni. “Il primo dato quindi è il grande accumulo di ricchezza”, sottolinea Spreafico. “Un secondo dato è la spesa militare: per tenere sotto controllo ingiustizie e disuguaglianze la democrazia non basta. Il terzo dato è il controllo delle informazioni da parte delle big tech. Tutte queste situazioni hanno casa negli Stati Uniti”.
Andrew Spannaus, chiamato a spiegare lo scenario odierno e i possibili futuri sviluppi, parte dalle origini degli Stati Uniti, citando la “ricerca della felicità” come missione definita dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776. “Era necessario dare una missione a questo nuovo Stato, che voleva staccarsi dalle oligarchie europee”, sottolinea il giornalista. “Questo è un aspetto importante della mentalità americana”.

L’ascesa di Trump
Per spiegare le ultime mosse geopolitiche del presidente Trump su Venezuela e Groenlandia, le violenze dell’Ice a Minneapolis e le politiche economiche avviate negli ultimi anni, Spannaus torna al 2015, anno della prima vittoria di Donald Trump alle elezioni. “La sua era stata una campagna elettorale contro il libero mercato, contro gli effetti della globalizzazione economica e contro gli interventi degli Usa nelle guerre. Non era il primo: anche Obama aveva vinto nel 2008 perché aveva criticato la guerra in Iraq”.
Per quanto riguarda l’aspetto economico, Spannaus spiega come sin dagli anni 70 le politiche economiche Usa abbiano promosso la finanziarizzazione dell’economia, investendo sulle attività speculative più che sull’economia reale, con forti effetti negativi sulla classe media e bassa. Riguardo alla guerra, il giornalista ricorda come nel 2018 Trump alle Nazioni Unite sostenesse il principio della sovranità degli Stati e abbia cercato di ritirare le truppe dal Medio Oriente, privilegiando la diplomazia nei rapporti con Kim Jo-ung e con Putin.
Neoimperialismo?
“Oggi la situazione è molto cambiata: Trump ha preso il potere sfruttando idee che predicavano una necessità di cambiamento nella società americana, ma oggi prevale il suo essere “bullo”, la legge della forza pura: dice che nessuno deve mettere in discussione il dominio americano sull’Occidente. Il suo assomiglia molto a un neoimperialismo, un atteggiamento che riguarda la storia americana solo parzialmente. Se si ricorda l’origine degli Stati Uniti, ci si rende conto che essi nascono da una protesta anti-imperiale, all’insegna della libertà. Soprattutto, questo imperialismo sfacciato in realtà non è nell’interesse degli Stati Uniti, anche secondo la maggior parte degli americani stessi”.
Spannaus afferma che alcuni provvedimenti di Trump sono stati giudicati negativi da molti americani: i tagli alla sanità, ma anche i tagli agli aiuti esteri con la chiusura di Usaid, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (secondo alcune stime questi tagli, incidendo sui programmi di cooperazione provocheranno 600 mila morti nei paesi in via di sviluppo).
Il contesto geopolitico
“Oggi Trump, esaltato dopo l’intervento in Venezuela, è partito subito all’attacco della Groenlandia, senza giustificare nulla davanti al Congresso, nonostante la Costituzione gli imponga di farlo. Ma è stato costretto a tornare indietro dalla reazione ferma del resto del mondo”. Questa, secondo il giornalista, è la strategia giusta: mostrarsi fermi e reagire in modo netto contro le azioni più aggressive del presidente Usa. “Come ha fatto la Cina, prendendo le sue contromisure rispetto ai dazi imposti da Trump: ossia “chiudendo i rubinetti” delle terre rare, smettendo di acquistare soia dai contadini americani, andando quindi a danneggiare l’economia degli Usa. Trump è forte con i deboli: lo è molto meno con i pari”.
Il ruolo della religione
A livello culturale e valoriale, Spannaus mette in luce come il consenso di Trump si basi anche sulla convinzione, da parte di alcune correnti del cristianesimo americano, di dover proteggere la propria comunità dai pericoli del globalismo e della cosiddetta “cultura woke”. Un movimento ben rappresentato dal vicepresidente J.D. Vance, per il quale i valori dell’America sono riassumibili nello slogan “Dio, patria e famiglia”.
“Secondo questa visione il senso di appartenenza alla cultura americana non è basato su valori morali o etici, ma su sangue e suolo”, spiega Spannaus, che individua però qui una contrapposizione interna al cristianesimo. “Il Papa si esprime e si muove contro questa visione: sostiene che l’amore debba guardare a tutti, non solo a chi è vicino a noi. Per questo i vescovi americani hanno iniziato a esprimersi contro le politiche sull’immigrazione di Trump. E proprio per questi motivi oggi appare molto importante il ruolo del Papa e del mondo cattolico nell’ottica di arginare le derive dell’amministrazione Trump, difendere i principi fondanti della società americana e i diritti, non solo quelli dei cittadini americani ma di tutti gli esseri umani”.
Il consenso verso Trump sta scricchiolando anche in seguito agli ultimi episodi di violenza avvenuti a Minneapolis: “Gli americani comprendono la follia di mandare agenti non preparati (quelli dell’Ice – Immigration and Customs Enforcement) a interagire con il pubblico, che ha diritto di protestare. Questo sta facendo inorridire una grande parte della popolazione americana”. Se gli americani in maggioranza sono convinti che sia giusto espellere dal Paese criminali violenti, ora però sono molto preoccupati per i metodi utilizzati, per le uccisioni di cittadini americani inoffensivi da parte delle forze dell’ordine. “Questa perdita di consenso potrà incidere sulle politiche future di Trump, soprattutto se si mobiliteranno i repubblicani”, prevede Andrew Spannaus.
La teologia della prosperità
Sul discorso religioso viene chiamato in causa, da Detroit, padre Piero Masolo, che dopo aver sottolineato il ruolo storico a sostegno dei migranti svolto dai missionari del Pime negli Stati Uniti, si sofferma sul concetto di “teologia della prosperità”. Lo fa partendo dalla sua storia personale: “Vengo da una famiglia di imprenditori, nella quale, prima di me, non c’erano mai state vocazioni”, racconta. “La mia è stata difficile da comprendere. L’idea secondo cui “vali per quanto produci” diventa problematica per un sacerdote: un prete non fattura nulla. Questo però si lega alla teologia della prosperità, che è una prospettiva interessante per capire la mentalità americana”.

L’idea alla base di molte donazioni filantropiche è che queste faranno crescere la propria ricchezza: “se dai 100 dollari te ne ritorneranno indietro molti di più”. “All’origine della teologia della prosperità”, prosegue padre Piero, “ci sono magnati e filantropi come Carnegie, che ha finanziato l’ università di Pittsburgh, fondazioni e biblioteche pubbliche. Importante è anche l’abitudine della decima, un’usanza ancora praticata nel mondo protestante americano”. Anche per questo il portafoglio degli americani è un elemento sensibile: promettere benefici economici sicuramente ha un impatto e Trump in campagna elettorale è stato più capace di altri di instillare fiducia nella capacità economica degli Stati Uniti”.
Una polarizzazione estrema
Padre Masolo sottolinea poi l’estrema polarizzazione che divide la società americana e che emerge chiaramente confrontando i post pubblicati sui social network dal presidente Trump con quelli del sindaco democratico di New York da poco eletto: Zohran Mamdani. “I post di Donald Trump sono lo specchio dei valori del mondo Maga – Make America Great Again”, spiega padre Piero. “Se è vero che non tutti i repubblicani si riconoscono in quel mondo, è però un dato che la maggioranza dei cristiani ha votato Trump. Personalmente, vivo la fatica di avere una visione europea, ma mi sforzo di capire le posizioni che ascolto”.
Piero Masolo spiega che chi sostiene Trump spesso si riconosce nell’idea “Dio, Patria e Famiglia”, nella necessità di tornare ai valori primari dell’America, nella convinzione che ci sia troppa insicurezza. “Da parte repubblicana c’è il valore della famiglia, da parte democratica la promozione dei diritti, non solo quelli LGBTQ+. Da una parte la bellezza della ricchezza, dall’altra la sensibilità per migranti e persone senza fissa dimora”.
Uno sguardo sulla società americana
Da missionario, descrive uno scenario attraversato da profonde diseguaglianze e ingiustizie sociali. Le parrocchie in cui lavora padre Masolo sono a maggioranza ispanica e la maggior parte dei parrocchiani non ha documenti in regola, pur risiedendo da molti anni negli Stati Uniti. Frequentando la mensa dei poveri si vede l’estrema povertà in cui vive gran parte della comunità afroamericana. In questo scenario chi non può permettersi l’assicurazione sanitaria non viene aiutato in alcun modo dallo Stato.
Riguardo alla chiusura di Usaid padre Piero precisa che la politica estera per molti americani non ha un grande peso: “l’86% degli americani non ha il passaporto, può recarsi esclusivamente in Messico e Canada e non nel resto del mondo. Per molti questo non è un problema: gli Stati Uniti bastano a sé stessi, sono grandi due volte l’Unione Europea”.
Altra cosa difficile da comprendere per noi europei è la diffusione delle armi: “non solo il secondo emendamento permette di possedere un’arma, ma soprattutto negli Stati Uniti è molto facile acquistare un’arma da guerra”.
Quale futuro?
Molte le domande poste dai presenti ai due relatori, che mostrano spesso grande preoccupazione per quanto accade negli Stati Uniti e permettono di toccare ulteriori temi politici ed economici: il ruolo del partito repubblicano in relazione a Trump, la posizione che può rivestire l’Unione europea nelle dinamiche geopolitiche, le possibili conseguenze della perdita di valore del dollaro, il possibile ruolo del sindaco di New York come anti-Trump, il peso della comunità ebraica negli Stati Uniti, il rapporto con la Russia di Putin.
Al termine della serata, molti interrogativi sul futuro restano aperti. Andrew Spannaus e padre Piero Masolo hanno però offerto uno sguardo sulla situazione americana che amplia decisamente gli orizzonti e le chiavi di lettura rispetto alle notizie che filtrano attraverso i media italiani.
L’invito finale di Spannaus alla platea va proprio in questa direzione: cercare di informarsi attraverso più fonti, leggendo anche le testate giornalistiche che riportano opinioni diverse dalle nostre, dialogando con chi non la pensa come noi. Solo così, dice il giornalista, può svilupparsi il vero senso critico.
Qui il video dell’incontro:

