di Daniela Annaro
Splendida e irripetibile. Fuori dai luoghi comuni e dalle definizioni generiche. E’ la prima sensazione che si prova uscendo dalla mostra Beato Angelico a Firenze. Ha un solo difetto: finisce il prossimo 25 gennaio 2026. Divisa in due sedi, Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco, racconta l’opera di un protagonista del Quattrocento fiorentino, Guido di Piero (Vicchio di Mugello, Firenze, 1395 circa – Roma, 1455), poi Fra’ Giovanni da Fiesole, universalmente noto come Beato Angelico .

L‘esposizione fiorentina restituisce il contesto nel quale egli visse e lavorò. Una mostra monografica curata da Carl Brandon Strehle con Angelo Tartuferi e Stefano Casciu. Per quattro anni hanno lavorato per preparare questo evento. E qui sta l’irripitabilità e la straordinarietà della mostra. La ricostruzione di un’opera magistrale come la Pala di San Marco (1438-1442).
Era stata commissionata da Cosimo de’ Medici, primo Signore de facto di Firenze, che aveva provveduto anche al rinnovamento dell’intero Convento domenicano di San Marco, oggi sede museale. E’ Cosimo il personaggio inginocchiato, insieme al fratello Damiano scomparso all’epoca del dipinto.
La Pala è, in questo senso, emblema di quella stagione fiorentina, una stagione che segnò i cambiamenti in pittura e nel governo della città. Nei quarantotto mesi di preparazione della rassegna, non solo c’ è stato il restauro dell’opera, ma è stata ricomposta in diciassette – su diciotto -delle sue parti. Smembrata nel corso dei secoli, le varie tavole della predella sono finite in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.

Una ricomposizione complessa e unica, come mai prima d’ora, e come non sarà mai più, forse. Questa Pala è emblema del potere mediceo e, nel contempo, è un tributo alla dottrina spirituale domenicana. Fra’ Giovanni da Fiesole, domenicano dell’Ordine dei Predicatori, Angelico secondo il Vasari, consacrato Beato da Giovanni Paolo II nel 1982, riassume nella sua pittura alti principi dottrinali e spirito del tempo: forte della lezione di Masaccio seppe declinarla verso il nuovo, verso la nascente arte rinascimentale, senza tradire i principi della fede.
Fra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco ci sono più di centoquaranta opere: dipinti, disegni, miniature e sculture che arrivano dai più importanti musei e collezioni private d’Europa e d’America. Ma, soprattutto, arrivano dal Museo di San Marco, ovvero l’ex convento dove Beato Angelico visse e lavorò a partire dal 1437, realizzando qui la Pala di San Marco e affrescando le celle dei confratelli monaci.
La mostra fiorentina, in questi quattro anni di studi e restauri, rappresenta un punto di arrivo imprescindibile per gli studi e le ricerche sul Beato Angelico, ma è anche punto di partenze per nuovi sviluppi e indagini sul Rinascimento fiorentino.


