“Coltivare e custodire”: la sfida dell’abitare il mondo

di Francesca Radaelli

Cosa significa “abitare” il mondo? E’ la domanda che ha caratterizzato l’ultimo incontro del ciclo formativo promosso da Caritas Monza quest’anno, dedicato al “desiderio di felicità” nell’ambito della “religione e spiritualità”. La serata, dal titolo “Lo spirito della nostra Terra”, si è svolta lunedì 25 maggio presso la biblioteca del Carrobiolo e ha avuto come relatore e ospite speciale il filosofo Silvano Petrosino.

Da sinistra: Roberto Beretta, Silvano Petrosino, Fabrizio Annaro

Lo “spirito” della Brianza

L’incontro, presentato da Fabrizio Annaro, è stato introdotto da un intervento del giornalista e scrittore Roberto Beretta, che si è soffermato in particolare sullo “spirito della Brianza”, terra caratterizzata dal valore dell’”essersi fatti da soli” e dalla triade ormai proverbiale “Casa, Chiesa e Bottega”. Un’identità che viene però messa in discussione in questi anni, caratterizzati da cambiamenti rivoluzionari a livello globale che, in molti casi, hanno causato la crisi dell’artigianato brianzolo.

Lo spirito brianzolo, a cui danno voce sui social i video ironici di “Konrad il Brianzolo”, è ancora quello di un tempo? Se lo chiede Roberto Beretta: “Sicuramente il paesaggio brianzolo, quello magnificato da Stendhal e dagli altri viaggiatori del Grand Tour, non si contraddistingue più per le dolci colline, ma dai capannoni visibili dalla superstrada. Ci ha un po’ penalizzato persino la struttura istituzionale, perché la Brianza è divisa in ben tre province: Lecco, Como e Monza, tutte e tre molto gelose della propria ‘brianzolità’. L’abitazione con sotto la bottega, da sempre un fulcro importante per i brianzoli, adesso si confonde spesso con e tra i capannoni che non sempre sono occupati”.

C’è chi per definire l’identità brianzola ha parlato di “brianzolitudine”, ovvero, spiega Beretta, “un misto tra la Brianza e la solitudine, un concetto culturale letterario, uno stato d’animo che descrive il particolare isolamento interiore e l’atmosfera malinconica tipici del territorio brianzolo”.

L’altra faccia della Brianza operosa

L’altra faccia dell’anima laboriosa e produttiva della Brianza è però l’individualismo: “A noi sicuramente piace risolvere i problemi rimboccandoci le maniche senza aspettare aiuti né dal cielo né dallo Stato. La capacità di arrangiarsi, l’autonomia, il senso di responsabilità personale, sono tutte belle e grandi doti, però dall’altra parte dobbiamo riconoscere che questo individualismo diventa anche gelosia del proprio, diffidenza verso il sociale, lo Stato, scarsa capacità di fare rete”.

Secondo esempio di diritto e rovescio del carattere brianzolo è il primato del lavoro e del guadagno: “Certo”, sottolinea Beretta, “abbiamo una indiscussa capacità imprenditoriale che ha fatto il nostro successo, ha portato la Brianza ad essere uno dei territori motore dell’economia italiana e anche una delle regioni più sviluppate d’Europa. Il Brianzolo ama restare aggiornato, ha un orgoglio del proprio saper fare, una grande disponibilità al sacrificio, di programmazione e di investimento. Ma dall’altra parte quante cose abbiamo sacrificato al benessere economico! Lo sfruttamento indiscriminato è a volte la devastazione del nostro territorio. E poi l’affermarsi di una deroga a tanti principi non solo del dell’etica (la famosa etica cattolica), ma purtroppo ormai anche dell’umana solidarietà, l’autogiustificazione di scorciatoie para legali, se non proprio illegali, per arrivare comunque all’obiettivo, l’evasione fiscale o la presunzione di essere più furbi degli altri”.

Roberto Beretta cita la propria esperienza in un’associazione antimafia attiva in Brianza: “Ho potuto rendermi conto di quanto i valori brianzoli siano stati in realtà deboli di fronte all’infiltrazione dell’ ‘ndrangheta calabrese che è riuscita a colonizzare una larga parte di quello di cui noi siamo più orgogliosi, cioè l’economia. Non siamo stati capaci e non siamo ancora capaci di contrastarla”.

Il significato profondo di “abitare”

Chiamato a riflettere sul concetto di “abitare” il mondo, Silvano Petrosino, con l’ironia che lo contraddistingue, sottolinea innanzi tutto l’importanza di andare in profondità, di esercitare il “pensiero”, capire le ragioni profonde dei fenomeni, andando oltre la dimensione del “parere” frettoloso e dei discorsi “da bar”: “Appena si esce dal bar, dai pareri facili, le cose si mettono in movimento e tutto diventa complicato”, ragiona. “Uno dei temi più grandi su cui riflettere è quello dell’abitare. Abitare non riguarda solo un territorio ma tutta la vita umana. Come abitiamo la nostra sessualità, il nostro corpo, la nostra razionalità, il nostro senso estetico?”.

Il filosofo trova nella Genesi la definizione migliore di “abitare”. “Dio crea l’universo e poi crea l’Eden, che è un giardino, fatto di alberi belli da vedere e i cui frutti sono buoni da mangiare.  Secondo l’interpretazione in cui mi inserisco, ciò che Dio dà solo all’uomo nel giardino, e non agli altri esseri viventi: il giardino e i suoi alberi altro non sono che la razionalità, l’affettività, il senso di giustizia, un insopprimibile senso estetico.

Il compito dell’uomo: coltivare…

E poi Dio dà un compito all’uomo: egli è posto nel giardino affinché possa “coltivare e custodire”. Queste due parole sono da leggere sempre insieme. Cosa vuol dire coltivare e custodire la sessualità, i sentimenti, la razionalità?” Per esempio, risponde il filosofo, un modo per coltivare la razionalità, tanto esaltata nella nostra epoca attraverso la scienza e la tecnologia è leggere, e “rileggere” seguendo le indicazioni che Nabokov dà al “buon lettore”. Petrosino traccia una serie di letture da “coltivare”, per “coltivarci”: Dostoevskij, Tolstoj, Joyce, Manzoni, lo stesso Nabokov.

E a proposito del “coltivare”, azione che implica il lavoro, Petrosino afferma la propria convinzione: “Nella Bibbia la Creazione è perfetta ma non compiuta. Dio non fa tutto, ma attende il tuo fare. Dio non sa dipingere la Gioconda: ha creato Leonardo e attende il suo fare”. E Dio nella Genesi dà all’uomo il compito di dare il nome agli esseri viventi. “Dare il nome vuol dire appunto ‘con-creare’, Ma noi che nomi diamo ora alle cose?”, si chiede Petrosino, soffermandosi sul modo di coltivare il linguaggio. “I giovani li chiamiamo ‘risorse umane’ ed è orribile: l’uomo è un fine, non una risorsa”. Eppure dare il nome è il contributo che l’uomo dà alla creazione.

…e custodire

Poi però l’uomo deve anche “custodire”: “Si custodisce ciò che non si può coltivare”, dice Petrosino. E intende l’Altro, che rappresenta il limite della nostra azione creativa: “Che possibilità c’è di andare avanti con tua moglie, o con tuo marito se non impari a custodire? Devi custodire l’altro e l’altro è ciò che non si inventa, ciò che non si crea e ciò che non si immagina: il ‘prossimo’ del Vangelo “.

Ritornando al tema dell’abitare e al custodire, cita dunque Heidegger: “Abitare è un prendersi cura, non è un usare, non è un conquistare, non è un consumare, è un prendersi cura”.

La difficoltà sta nel tenere insieme il coltivare e il custodire. “Spesso si parla di ‘difesa’ dei valori, in realtà l’unico modo per difendere i valori è coltivarli. Si parla tanto del valore della famiglia, ma ‘sposo’, ‘madre’, ‘padre’, ‘figlio’ o ‘figlia’ bisogna diventarlo, non basta ‘generare’ o ‘essere generati’. E dall’altra parte se non si impara a custodire, il coltivare, il costruire diventa un distruggere. Non solo l’ambiente, ma il tuo corpo, la tua relazione, il tuo rapporto con i figli”.

Silvano Petrosino

La Torre di Babele

Nella Bibbia l’episodio che descrive questo costruire che è anche distruggere è quello della Torre di Babele: “Gli studiosi si interrogano sul perché Dio abbia interrotto la costruzione della torre. Gli uomini, che avevano una lingua sola, si sono messi a costruire insieme”. Secondo un’interpretazione Dio avrebbe punito la superbia degli uomini. Secondo l’interpretazione abbracciata da Petrosino, invece, gli uomini iniziarono a prestare più attenzione al lavoro alla torre che gli uni agli altri: Dio confondendo le lingue li costrinse a prestare attenzione all’altro. “La confusione delle lingue non è un castigo, è il dono di Dio all’umanità. Dio ha visto nella torre di Babele la hybris del coltivare che ha portato l’uomo a dimenticarsi di custodire. Oggi è difficile custodire, perché questo implica un rallentamento del costruire”.

Abitare il legame con l’altro “non è una passeggiata”, rimarca Petrosino, citando il film “La teoria svedese dell’amore”: “Secondo gli svedesi il problema dei popoli mediterranei sono i legami, pertanto la società dovrebbe basarsi sulla liberazione dai legami, sia quelli di coppia sia quelli tra genitori e figli. Per opporsi a questa teoria però bisogna abitare e coltivare davvero il legame. E’ questa l’azione difficile. Secondo alcune statistiche, l’80 per cento dei clienti delle prostitute è mosso da questa motivazione: non avere problemi. Una moglie richiede altro, un legame appunto, che ha un costo”.

Costruire a tutti i costi: il rischio del ‘capitalismo criminale’

Rispetto al rischio di coltivare nel senso di costruire a tutti i costi, in chiusura Roberto Beretta torna sulle dinamiche del territorio brianzolo: “Un altro dei difetti di noi Brianzoli è il voler ottenere a tutti i costi il risultato e accettare le scorciatoie per arrivarci. Spesso però proprio queste scorciatoie finiscono per distruggere il risultato”. Beretta espone anche il pericolo del “capitalismo criminale”: “Ciò che rischiamo di costruire oggi non è più il capitalismo che hanno costruito i nostri padri con fatica e punti di riferimento abbastanza solidi. Il rischio è che adesso questo capitalismo lo vogliamo perpetuare e continuare a incrementare usando i capitali delle mafie. Se però accettiamo questo principio, noi costruiremo un capitalismo che non sarà più libero, non avrà più i valori dei nostri padri, per esempio, sull’idea di intraprendenza, di libertà personale, di inventiva, di creatività, di voglia di fare”.

Qui il video completo dell’incontro:

image_pdfVersione stampabile