di Francesca Radaelli
Credere è gioia? Questa la domanda che ha aperto, lo scorso lunedì 30 marzo presso la biblioteca del Carrobiolo di Monza, il terzo incontro del ciclo Caritas degli ultimi lunedì del mese, dedicato alla figura di Madeleine Delbrel. L’incontro ha visto la partecipazione della teologa Antonietta Potente, in collegamento telematico, e di don Giuliano Parravicini, sacerdote zona V, e Roberto Beretta, giornalista e scrittore, ospiti della serata condotta da Fabrizio Annaro e Mino Spreafico.
In mezzo alle molteplici inquietudini del nostro tempo, la fede, il credere, nelle variegate forme religiose, apre le porte alla gioia e alla felicità? Il quesito appare “non solo provocatorio, ma anche penetrante”, come ha rimarcato Fabrizio Annaro, introducendo il tema della serata.

La vita di Madeleine Delbrel in cinque quadri
A don Giuliano Parravicini, prete di città, viene affidato il compito di presentare la figura di Madeleine Delbrel attraverso una serie di quadri che permettono di identificare le tappe principali della sua vita.
Il primo quadro rappresenta la giovinezza e l’ateismo (dal 1904, data della sua nascita, al 1923): “A soli 17 anni”, racconta don Giuliano, “Madeleine esprime con straordinaria lucidità il suo vuoto esistenziale, dichiarando che in un mondo in cui Dio è ritenuto morto, l’unica coerenza accettabile è l’assurdità della morte, è l’inutilità di uno sforzo, di ogni sforzo umano”. In un suo scritto, critica aspramente scienziati, pacifisti, innamorati, ritenendoli “illusi” nel tentativo di sfuggire alla finitudine. “Finché a un certo punto non si compie una frattura affettiva, che mette in moto la conversione: il suo fidanzato decide di entrare in seminario, lasciandola nello smarrimento, costringendola a confrontarsi con una fede che appare negli altri come un’evidenza vitale e indispensabile”.
Il secondo dipinto riporta l’approdo alla fede e la vocazione contemplativa. Superando il pregiudizio anticlericale, Madeleine inizia a pregare: “Il suo è un abbandono totale a un tutto che merita tutto, espresso nel gesto fisico di mettersi in ginocchio. La sua conversione si configura come un incontro personale e folgorante: comprende che Dio vive in lei e per lei, trasformando la sua visione del mondo da una desolata attesa di morte a una gratitudine profonda per il dono dell’esistenza”. Ulteriore ‘pennellata’ in questo quadro è l’idea del mondo come monastero: Madeleine è desiderosa di consacrarsi, ma è impossibilitata ad entrare al Carmelo per la necessità di assistere il padre cieco: “Madeleine capisce che il suo chiostro sarà il mondo stesso, vivendo i consigli evangelici nella quotidianità della vita laica”.

La ‘missione’ nelle periferie operaie
Il terzo dipinto raffigura la missione nelle periferie della città di Ivry. Nel 1933, insieme a un piccolo gruppo di compagne, si stabilisce a Ivry, cuore del Partito Comunista Francese, un ambiente ostile, profondamente ateo. Qui l’azione di Madeleine non è ideologica, ma profondamente umana. “Si pone gomito a gomito con gli operai, diventando assistente sociale, operando con dedizione e fantasia creativa per alleviare le sofferenze senza mai nascondere la sua identità cristiana. Pur riconoscendo il valore della dedizione alla giustizia negli operai, Madeleine scava un solco incolmabile tra lei e l’ideologia marxista, quando comprende che l’ateismo è presentato come scopo primario dell’educazione giovanile, mettendo in pericolo il suo bene più prezioso”.
Il quarto dipinto rappresenta la spiritualità della strada: “Nel suo celebre testo Noi delle strade sostiene che la santità può essere raggiunta in un luogo qualunque, con un lavoro qualunque, trasformando ogni azione quotidiana dallo scrivere un documento a rammendare un calzino in un incontro con Dio”. Madeleine propone così una nuova immagine del missionario che non viaggia verso terre lontane, ma vede nel metrò o nei luoghi di lavoro persone a cui rivolgersi”. Parte della sua spiritualità è anche il legame con la Chiesa: “E’ un legame totale, anche nei momenti di tensione interpreta le difficoltà come una chiamata a pregare due volte, ad amare maggiormente l’istituzione come segno vivente di Cristo”.
Nel cuore della Storia
Infine il quinto dipinto contiene il suo lascito finale. A partire dalla casa, la sua casa come persona: “La comunità dove si è trasferita non è una semplice struttura ma è un personaggio accogliente che vive di carità fraterna, aperta a chiunque cerchi un segno di speranza, dove Madeleine accoglie ciascuno come se fosse prediletto. Quando muore, il 13 ottobre 1964, lascia in dono la sua preghiera di abbandono radicale, sintesi di un’intera vita spesa a desiderare ciò che vuole Dio senza riserve”.
La figura di Madeleine Delbrel appare dunque come un ponte tra la laicità più pura e la consacrazione radicale: “Ci insegna che nel cuore della secolarizzazione, nel cuore della nostra storia di oggi, il Vangelo può ancora farsi carne attraverso la vita di chi, accettando di non essere altrove, sceglie di abitare il mondo come luogo di un incontro eterno con Dio”, sottolinea don Giuliano Parravicini, citando le parole della stessa Madeleine: “Non aspettate che la vita sia facile per essere nella gioia. La gioia è scegliere Dio dentro la vita così com’è.”
Antonietta Potente: teologa e attivista
“Una persona che ha delle similitudini nell’esperienza di fede e di vita con Madeleine Delbrel”: così Mino Spreafico, pedagogista e professore all’Università Cattolica di Milano, introduce la teologa Antonietta Potente, avviando un implicito dialogo tra queste due figure di donne impegnate a vivere la propria fede nel concreto. Dottore in teologia, Antonietta Potente ha insegnato in alcune università italiane e in alcune università dell’America Latina. Religiosa della congregazione delle suore domenicane e attivista per 16 anni in Bolivia. Spreafico individua tre fasi della sua vita: “La prima è la fase della preparazione, del desiderio di comprendere, di ricercare, di appassionarsi, che la porta a diventare dottore in teologia. La seconda è la fase dell’azione, i sedici anni in Bolivia, in cui in modo forse anche un po’ disobbediente si mette al confine di una congregazione. In questo momento invece vive, in Spagna, il momento della riflessione, della meditazione”.

La gioia che viene dall’invisibile
La parola passa quindi a lei. Antonietta Potente riprendendo la figura di Madeleine Delbrel la associa a quella di un’altra figura femminile, la poetessa Cristina Campo: “Le loro parole hanno una profondità che a noi non appartiene”, sottolinea. “Da una parte c’è una certezza, una passione per la realtà da cui viene fuori la sintesi del ‘credere è gioia’. Dall’altra, secondo me, si ricava un’altra sintesi: credere è gioia, perché l’invisibile è ciò che più mi interessa. Queste sono parole che Cristina Campo disse in un’intervista. Io non credo che la gioia di Madeleine sia una gioia quantificabile, che viene fuori da un teorema. Piuttosto, è una gioia che viene dall’invisibilità. Più io cerco e sento questa invisibilità, più sento anche una grande gioia. Essa non viene da situazioni particolari, ma obbedisce a un magistero sempre più nascosto, anche se è un magistero sociale. Un concetto di sociale che non riguarda però l’evidenza: è nei meandri del farsi della società che si scopre qualcosa di più”.
Oltre la “sociologia”
La teologa esprime il timore che in questo momento storico la comunità credente cada nella “banalità della sociologia della società”. Secondo Antonietta Potente non è questo il senso profondo della società. “Il senso profondo della società è la vita delle persone, che hanno una creatività grandissima che viene dall’invisibile. Io posso solo imparare, io non posso solo educare le persone a muoversi verso una fede che trasforma la loro situazione. Io credo che le persone abbiano un sentire profondo bellissimo e che noi dobbiamo conoscere questo sentire profondo. Non dobbiamo conoscere solo le ‘leggi’ che la Chiesa dà”.
In un mondo così provato e maltrattato la gioia può apparire paradossale. “Io sto in questo mondo e qui cerco la gioia degli altri che va avanti. Non credo che Madeleine, anche se viveva in tempi particolarissimi, fosse così attirata da un risultato: era piuttosto attirata da un mistero. Per questo in una situazione io non guardo solo il risultato, nemmeno la statistica: io guardo all’invisibilità che ha ancora da venire in noi” .
Questa attitudine in Antonietta Potente si fonda anche sulle Scritture: “Chi le conosce in modo profondo, può trovarvi le tracce di un mistero che deve ancora avvenire, che sarà la nostra umilissima gioia e non cerca semplicemente il risultato. Credere è gioia perché ci si innamora dell’invisibilità. Per questo credo che Madeleine camminò sulla soglia di questo mistero”. L’immagine della soglia è ripresa dal salmo 84: “È meglio dormire sulla soglia del tempio che abitare nelle tende degli empi”. “Non cerco la comodità, la fede non deve portarci a una comodità come molte volte in Occidente pensiamo, ma serve per portarci a una profonda, profondissima gioia”.
La povertà e il margine come “privilegio”
In questa soglia si colloca anche l’esperienza della povertà: “Madeleine, come anche altre ed altri ha segnato un cammino di povertà, o come lo chiamerebbe Chiara D’Assisi ‘il privilegio della povertà’, cioè davvero la possibilità di avvicinarsi ai misteri degli altri, che sono i misteri della vita. Questa profonda essenzialità della vita non è una miseria, ma è un privilegio. Il rendersi conto che la povertà è un privilegio: di questo si è resa conto Madeleine al tempo e anche io ho visto questo nella teologia della liberazione”.
Lo stare sulla soglia è anche accettare di stare ai margini della Chiesa stessa: “Io credo che noi dobbiamo comunque, anche se ci fanno entrare, restare nella soglia del tempio, perché è molto più bello abitare lì che in questo luogo così sicuro e ricco. E’ un’esperienza di insicurezza, di precarietà. Ma forse è l’unica esperienza che possiamo fare oggi in questo nostro mondo postmoderno, fatto di guerre, di vincitori e vinti”.
Sulla soglia del mistero
Stare sulla soglia vuol dire anche stare dove tuttavia il mistero celato non si rivela: “Io forse lo potrò anche percepire, ma non sarà mai qualcosa che insegno agli altri. È un mistero che mi fa restare lì su questa soglia e mi fa anche gustare forse in modo diverso le Scritture. Non penso che le Scritture svelino totalmente la divina presenza, ma la rendono ancora presente nell’invisibilità, nella tua invisibilità, nell’invisibilità degli altri”.
Antonietta Potente si dice molto critica rispetto alla tendenza dell’uomo a definire ogni cosa in modo definitivo, anche all’interno della Chiesa e parla invece dell’esempio di persone, come Madeleine Delbrel e Cristina Campo, che “restano molto leggere nella vita, che occupano poco posto, come i miti, come i buoni di cuore, cioè tutte queste persone che non si appropriano assolutamente di niente e non pensano di essere salvate solo perché hanno un credo chiaro”.
La teologia della bicicletta
Roberto Beretta riprende l’idea di valorizzare l’esperienza della precarietà: “E’ una traduzione eh perfetta, secondo me, della famosa teologia della bicicletta che Madeline Delbrel scrive in uno dei suoi appunti. La bicicletta, dice, non è niente, sta attaccata al muro finché io non salgo e pedalo. Il suo equilibrio sta nel movimento, che è esattamente quello che Antonietta Potente stava dicendo. Una bicicletta non sta su senza girare, senza correre veloce sulla strada.
E ancora, scrive negli anni 45-50, tutti i santi che ci sono dati per modello, o almeno molti, sono vissuti con una specie di assicurazione spirituale che li garantiva contro i rischi, avevano tempi ufficiali per pregare, metodi per fare penitenza, tutto un codice di consigli e divieti. Ma per noi è diverso. Tu, dice a Dio, ti rifiuti di fornirci una carta topografica. Il nostro cammino si fa di notte. La nostra sola garanzia è questa fatica regolare dello stesso lavoro ogni giorno da fare, della stessa vita da ricominciare, degli stessi difetti da correggere, delle stesse sciocchezze da non commettere. Tutto il resto è lasciato alla tua fantasia che ci lega al suo libero gioco. Questa è una teologia della precarietà”.

La via della preghiera
Roberto Beretta si dichiara più in difficoltà sull’idea che la gioia venga dall’invisibile, dal mistero, oltre la banalità della sociologia. “A Madeleine Delbrel interessava moltissimo la ‘mission de France’ e l’esperimento dei preti operai, che però in pochi anni fallisce”, ricorda Beretta. “Forse fallisce anche perché c’era una base teologico-spirituale non fortissima. Anche per questo Madeleine afferma che la dottrina sociale non basta, ma ci vuole una base spirituale che lei identificava nella preghiera. Si ritrova in questo quello che Antonietta Potente un po’ identificava, appunto, con il mistero e con l’invisibile”. Madeleine Delbrel, però, supera anche il sacro e la religione: “Lei non parla mai di pastorale ordinaria, di sacramenti, di confessione, di messa, di riti. Non era questo il suo modo di essere missionaria nella città. La sua pastorale era fatta di vita alla pari con la gente con cui lei viveva, era una condivisione della vita”.
La gioia nella vita ordinaria
E sulla gioia Roberto Beretta aggiunge: “Non vedo negli scritti di Madaline Delbrel una ricerca della gioia, vedo invece la sua capacità di rendere il grigiore della città industriale in cui viveva gioia per lei”.
Infine, un accenno alla leggerezza, nel senso della gioia nella vita così com’è. Nella storia di Madeleine c’è l’idea che la gioia si abbia vivendo bene quello che si deve vivere, la vita di tutti i giorni. “Lei stessa all’inizio voleva entrare in un convento e consacrarsi. Poi invece quando le circostanze della vita la costringono a rinunciare a questo a questo aspetto, scopre che in realtà ogni vita può essere santa, ogni vita può portare a salvezza, ogni vita può dare gioia. Però”, aggiunge Roberto Beretta, “questo non è un’esclusiva dei cristiani. E quindi mi resta il dubbio di quale sia il di più che la fede ti dà per essere gioioso, che la Chiesa ti dà per essere gioioso”.
Sull’idea di gioia in Madeleine Delbrel interviene anche Antonietta Potente, convinta che lei non abbia “tempi di gioia” o “dei tempi tristi”: “Io credo che Madeleine stia con la vita e la vita ha dei momenti tristi, ha dei momenti di gioia, dei momenti di debolezza. In lei non c’è solo la gioia di credere, ma anche la bellezza nella vita. Persone come lei attraverso il loro amore aiutano la bellezza a venir a venir fuori. A volte questa bellezza coinciderà con alcuni testi biblici e altre volte no. La bellezza appartiene a tutti”. Antonietta Potente sottolinea poi come queste esperienze, sia quella di Madeleine Delbrel che quella di Cristina Campo siano esperienze solo femminili: “Anche per questo per Madeleine non viene trattenuta in un’altra logica. Lei è una donna che porta avanti il suo profondo sentiero”.
Gli interventi dal pubblico
Dal pubblico viene rimarcato che la fonte della gioia per un cristiano dovrebbe essere Gesù Cristo. Antonietta Potente risponde che quando si parla della forza della vita, non è solo una questione dogmatica o teologica: “La vita è Gesù Cristo, quando si nomina il grande mistero che abita la vita si nomina anche lui, ma la necessità grande è nominare questa bellezza di vita che ci viene data giorno dopo giorno, che noi dobbiamo scoprire. Poi qualcuno di noi chiamerà tutto questo Gesù Cristo”.
Un’altra persona interviene per condividere il proprio disagio nel sentirsi, come donna, sempre “sulla soglia” e nel riconoscersi poco in una Chiesa la cui gerarchia composta esclusivamente da uomini. Antonietta Potente rimarca che nel suo discorso la soglia è soprattutto la soglia del mistero. “Lì ci siamo sempre, al di là dl fatto che questi signori ci invitino a diventare “vescove” oppure no. Ma è proprio questo stare sulla soglia che mi rende libera: non mi importa molto che non che non mi invitino, che non mi riconoscano, che non mi facciano entrare”.
Altri tra i presenti prendono parola per sottolineare il valore, per i cristiani, della testimonianza, della concretezza, ancora prima dei discorsi teologici su Gesù Cristo. “Il Vangelo, l’esempio di Gesù deve essere prima mostrato e solo poi predicato”, si afferma.

Quale azione per la Chiesa?
Mino Spreafico prendendo le mosse da questo tema aggiunge un riferimento al mondo dei giovani, citando una ricerca realizzata da Fondazione Poetica presieduta da Mauro Magatti, cui lo stesso Spreafico ha contribuito, su un campione di ragazzi tra i 14 e i 24 anni: “Solo il 17% si vuole attivare, vuole cambiare il mondo. Il 25% si è già ritirato, ha detto, “Io rinuncio”. Il 60% afferma che dipende dai giorni. Penso che sia drammatico che come Chiesa non usiamo dei linguaggi, delle strategie, delle testimonianze per portare i ragazzi a ispirarsi ancora a qualcuno che li scuota, che gli faccia amare la vita”.
Rispetto all’azione della Chiesa nella società interviene in conclusione anche don Giuliano Parravicini: “Rileggendo alcuni testi di Madeleine, il concetto che viene fuori sempre di più è che il cristiano deve ‘stare dentro la storia’. Lei ha insegnato il Vangelo, ha insegnato Gesù Cristo, magari senza dirlo tante volte, ma stando dentro la storia. A volte siamo troppo preoccupati come comunità cristiane di coloro che vengono a fare un servizio all’interno della comunità e meno preoccupati di coloro che per ragioni di lavoro o di vita non possono abitare più di tanto le nostre comunità cristiane, ma abitano le strade del mondo, i luoghi della vita”.

La gioia del credere
La via tracciata dai diversi interventi, in dialogo con l’esempio e gli scritti di Madeleine Delbrel, sembra essere proprio questa: stare nella storia, nelle strade difficili del mondo, interessarsi alle vite profonde delle persone, portare il Vangelo e la gioia della fede soprattutto attraverso l’esempio concreto. Nella consapevolezza che questa gioia nasce da un mistero invisibile e indefinibile. E che la gioia stessa può essere anche continuare a camminare in equilibrio precario sulla soglia di questo mistero.
La serata si conclude proprio nel segno della gioia della fede, con le parole di una poesia – preghiera di Madeleine Delbrel, lette da Roberto Beretta: “Noi noi crediamo te, Cristo, nostra gioia, ma la nostra grande pena è amarti senza gioia”.
Il video integrale della serata
La presentazione della vita di Madeleine Delbrel a cura di don Giuliano Parravicini


