Ancora pochissimi giorni per visitare a Parigi, alla Fondation Louis Vuitton, la mostra di uno tra i più interessanti e influenti artisti del XXI secolo, David Hockney. E’ un’esposizione-omaggio alla creatività del maestro britannico. Per noi, l’ha visitata Nicoletta Pallini Clemente, giornalista, scrittrice e grande esperta d’arte.
“I paesaggi non sono mai noiosi” spiega David Hockney che proprio su questo argomento ha incentrato e costruito lui stesso, con il suo staff, la grandiosa esposizione aperta a Parigi alla Fondation Vuitton fino al 1 settembre. Anche il titolo che ha scelto per la sua monumentale installazione ‘David Hockney 25″ ha un significato sottile e profondo ed è quasi un monito per il tempo contorto che stiamo vivendo. ” Do remember, they can’t cancel the spring ” cioè ” Ricordati, nulla può fermare la primavera”. 
E’ un diario autobiografico, un “journal intime” questa mostra, ma anche una sorta di testamento che questo grande artista inglese nato a Bradford nel Nord dell’Inghilterra nel 1937 ci offre passo dopo passo svelando tutta la sua poetica, dall’inizio a questi ultimi anni che lo vedono affaticato ma sempre attento a svelare tutto di sé con grazia, grande garbo e anche ironia.

Sono 400 le opere in mostra eseguite con tutti i materiali, disegno, incisione, fotografia acrilico e soprattutto con la tecnologia come l’Iphone e l’Ipad di questi ultimi tempi, esposte in tutti i piani di questi museo disegnato da Frank Gehry immerso nel verde del Bois de Boulogne.
Ho provato una grande commozione nel rivedere le sue opere più conosciute dedicate alla sua ” dolce vita” a Los Angeles dal 1964 al 1998, ma ancora di più nell’ accostarsi ai ritratti del Padre e della Madre, della sorella anch’essa artista e gallerista scomparsa, di tutti i suoi amici più cari che lo hanno accompagnato negli anni parigini e londinesi. E poi c’è il balzo in avanti con una immersione totale nella dolcezza ‘en plein air’ delle colline dello Yorkshire e poi della Normandia degli anni ’90, dove si avverte la sua estrema sensibilità con cui descrive il suo ritorno “a casa”.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo e trascorrere qualche giorno con lui nella primavera del 1985 quando venne a Milano per le scenografie del Flauto magico alla Scala con la regia di John Fox. Un incontro magico e indelebile per me come quella musica straordinaria che mi fece comprendere come Hockney fosse non solo un grande artista ma soprattutto una persona dotata di grande attenzione e rispetto per gli altri e di profonda umanità.


