Donne, che storia! Anna Bolena

  •  
  •  
  •  
di Eleonora Duranti

Se chiudo gli occhi, sono a Hever.

Adoro la campagna e l’oro e il verde del Kent, soprattutto d’estate, danno al paesaggio quel tocco rustico e pittoresco degno dei quadri di mastro Holbein. Se mi lascio trasportare dai ricordi, posso quasi sentire il profumo del pane appena sfornato… Pane che George ed io rubavamo furtivamente dalle cucine e cospargevamo di burro e marmellata all’ombra della Grande Quercia.

Già…

La Grande Quercia!

Mio fratello ed io ci accampavamo ai suoi piedi e ne incidevamo la corteccia, intrecciando poi corone di margherite, inventando storie buffe e abbozzando melodie stonate sulle quali improvvisavamo pavane e gagliarde.

Ci bastava poco per essere felici…

Sono stata una giovane fortunata. Di buona famiglia. Istruita. E, perché no, piacente.

Certo…

Non sono mai stata bella.

Non tanto quanto Mary, perlomeno.

Tuttavia, nel corso degli anni, molti mi hanno definita una donna affascinante.

Temo che il mio aspetto sia stato la mia maledizione. Insieme al mio animo ribelle, affamato di novità.

La mia chioma bruna, il mio sguardo languido, il mio sorriso avvenente e la mia grazia naturale hanno fatto di me una delle dame più desiderabili del Paese e il mio, spiccato, intelletto ha completato l’opera.

Il soggiorno in Francia è stato una rivelazione. Sia per la mia formazione sia, soprattutto, per la mia femminilità.

Se non avessi prestato servizio all’elegante corte dei Valois, probabilmente avrei avuto una concezione parziale della donna, una visione limitata, distorta; invece, ho avuto modo di studiare le armi del gentil sesso, le ho osservate, indagate, saggiate…

Ho raffinato le mie maniere, vellutato la mia voce, curato il mio stile e ampliato le mie vedute. Ho incrementato il mio sapere, ricercato, sperimentato, mi sono votata alla Nuova Dottrina, ho conversato con menti brillanti e dotte…

Non ho disdegnato nulla, ho colto ogni occasione!

Sono cresciuta tracciando da me il mio cammino e pianificando il futuro per esserne protagonista, senza le fila di un uomo a manovrarmi.

Amo essere al centro dell’attenzione e detesto quando qualcuno cerca di prevaricarmi… A maggior ragione, se maschio.

Penso che noi donne siamo state oppresse per troppo tempo. Siamo state sminuite. Umiliate.

I nostri uomini ci hanno imbrigliate con la loro arroganza e il loro pugno di ferro, ma, nel profondo, non sono che bambini impauriti e capricciosi.

Se l’amore o, meglio, se la passione non mi avesse accecata, non mi sarei mai posta sulla stessa strada di Enrico…

Anzi!

Me la sarei data a gambe non appena uno dei suoi, infallibili, segugi fosse balzato fuori dai cespugli!

Ahimè, però, il destino ci ha messo il suo zampino e la tentazione di appropriarmi del cuore del più grande sovrano d’Europa è stata troppo forte da respingere.

L’idea di diventare sua unica favorita e, poi, sua consorte ha aizzato la mia, già spropositata, ambizione e ha soverchiato il mio raziocinio.

Incoraggiata, così, da mio padre e intrigata dall’influenza di mio zio, il duca di Norfolk, sono capitolata esattamente come una femmina qualunque, rendendomi l’ennesima pedina dei, subdoli, giochi di potere.

Ho ottenuto titoli e privilegi, ho destituito la pia e devota Caterina, ho offerto a Enrico la chiave per autoproclamarsi capo della Chiesa d’Inghilterra e ho donato al mondo un’erede al trono degna di tale nome.

Nonostante questo, mi aspetta il patibolo.

I miei sforzi sono stati vani…

I miei calcoli e le mie astuzie mi hanno condotta alla forca.

Quale scherzo di cattivo gusto!

Forse, se avessi ascoltato quella lettrice di tarocchi, a Calais, tra poco il mio collo avrebbe continuato a sorreggere la mia testa…

Sì, avrei dovuto fuggire dalla tana del lupo, piuttosto che addentrarmici.

Anche se…

Più che a un lupo, Enrico somiglia a un orso… O a una grossa talpa ramata!

Non mi stupisce che lo chiamino “Mouldwarp”…

Sono stata accusata di stregoneria, eppure lui ha mutato la sentenza in decapitazione; a suo dire, si è mostrato magnanimo…

La giuria incaricata del mio caso non è stata che un burattino nelle sue, avide, mani; non ha perso tempo con la verità.

La mia verità.

La verità di una donna non conta dopotutto…

E’ trascurabile.

Figurarsi la mia!

Mio zio mi ha addirittura tacciata d’incesto…

Incesto!

Povero George…

È andato incontro alla morte piangendo e chiedendo perdono a Dio per peccati che non ha commesso.

Che non abbiamo commesso.

Beh… Lo raggiungerò presto.

Il cielo pare abbinato al damasco grigio del mio vestito…

Malgrado sia maggio, il romantico mese delle rose, questo sembra un mattino d’inverno. Malinconico. E deprimente.

Niente rose, oggi, sul mio capo.

Solo, una lama di spada.

Rigorosamente francese.