Donne, che storia! Ipazia

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di Francesca Radaelli

Una donna scienziata e filosofa, che nell’Egitto romano del V secolo fu consigliera di politici e potenti. Ipazia è sicuramente una figura femminile decisamente anomala per l’epoca in cui visse, il periodo tardoantico, alla vigilia del crollo dell’impero romano d’occidente.

Un film di qualche anno fa – Agorà di Alejandro Amenabar (2009) – l’ha resa per il pubblico contemporaneo un simbolo della libertà di pensiero. Una martire del fanatismo religioso del vescovo di Alessandria d’Egitto, Cirillo, che nel 415 la fece assassinare senza pietà dai monaci parabolani.

Ipazia di Alessandria è una figura femminile che si staglia pressoché solitaria in un mondo, alla confluenza tra tradizione greca, romana e cristiana, che lasciava ben poco spazio alla ‘sapienza’ delle donne. Escluso dal ‘logos’ dei filosofi greci, il genere femminile acquistò una maggiore libertà d’azione nel mondo romano, ma solo nell’ambito degli affari privati. Nemmeno tra i teologi Padri della Chiesa del primo cristianesimo compare qualche figura femminile di rilievo.

Eppure Ipazia è donna e sapiente. O meglio, filosofa e scienziata, perfettamente inserita in quella filosofia neoplatonica che univa amore per la conoscenza scientifica e amore per il sapere. Non senza alcuni elementi quasi religiosi di misticismo pitagorico legato agli astri. In alcuni scritti di suoi discepoli appare come una sorta di sacerdotessa.

La locandina del film di Alejandro Amenabar del 2009

Le informazioni storiche

Non è stata tramandata nessuna opera a lei attribuita, né scientifica né filosofica. Sappiamo però che insegnava alla scuola di Alessandria d’Egitto, città sede della famosa Biblioteca, uno dei punti di riferimento della cosiddetta hellenike diagoge. Cioè la forma più alta di istruzione ellenica, riservata alle classi più alte della società, eredità della tradizione greca, finalizzata alla partecipazione attiva alla vita della polis.

Le informazioni su di lei si trovano in diversi autori cristiani e pagani. Tutti concordano sulle caratteristiche della figura di Ipazia. Era figlia di Teone di Alessandria, matematico e astronomo. Fu lui a istruirla alle medesime discipline,  finché l’allieva superò il maestro, interessandosi anche di filosofia. Fu così che Ipazia successe al padre a capo della scuola neoplatonica di Alessandria.

Tutti coloro che la citano, le riconoscono una capacità straordinaria di coinvolgere gli allievi, che – scrivono gli storici – spesso si invaghivano di lei.

Non solo. Ipazia rivestiva un ruolo pubblico importante nella città di Alessandria, i suoi consigli venivano richiesti e ascoltati sia dalle aristocrazie cittadine sia dal prefetto augustale che governava la città (all’epoca la provincia d’Egitto faceva  parte dell’impero romano). Era apprezzata per la sua moderazione, la sua capacità di giudizio indipendente e moderata e per la sua capacità di parlare senza reticenze.

Tra i suoi allievi molti erano cristiani: tra questi anche Sinesio, futuro vescovo della città di Tolemaide. Nel suo epistolario le si rivolge con l’appellativo di “madre, sorella, maestra e benefattrice”. Nel neoplatonismo di Ipazia tutte le religioni erano non solo tollerate, ma incluse. E del resto il cristianesimo era ormai diffuso tra le famiglie più benestanti dell’Impero romano, quelle da cui provenivano i suoi allievi.

Una morte tragica

Cirillo di Alessandria

Fu invece la fascia estremista di alcuni cristiani di Alessandria, diversa dall’élite cittadina e in conflitto con il governo politico della città, a mettere nel mirino questa figura di donna intellettuale, filosofa e scienziata.

Furono i seguaci del nuovo vescovo Cirillo – tutt’oggi peraltro incluso tra i ‘santi’ della Chiesa cattolica – dogmatici e ‘talebani’ ( così li definisce la filologa bizantinista Silvia Ronchey), a colpire Ipazia per la strada. La trascinarono dentro una chiesa per ucciderla e addirittura, stando a quanto riportano le fonti, fecero a pezzi il suo corpo.

Sembra che qualche tempo prima Cirillo si trovasse a passare davanti alla residenza di Ipazia, e avesse visto una gran folla di persone affollarsi per parlare con lei di scienza e filosofia. Fu forse un accesso di invidia, il senso di frustrazione di fronte alla forza attrattiva di un pensiero libero dai dogmi, e per di più praticato da una donna, a provocare il ‘martirio’ laico di Ipazia.

Secoli dopo il personaggio di Ipazia venne re-interpretato dai filosofi illuministi in chiave antireligiosa  come una vittima sacrificale – vittima ancora più iconica proprio in quanto donna – dell’oscurantismo dogmatico, simbolo della libertà di pensiero minacciata dalle ideologie.  

Ma la figura di questa donna anomala e straordinaria, intenta a istruire alla filosofia neoplatonica e a osservare i pianeti, riemerge anche tra le pagine della Recherche di Marcel Proust, che raffigura Ipazia mentre “vedeva rotolare i mondi sotto il lento passo dei suoi piedi”.

Oggi Ipazia è un cratere che si trova sulla luna. Anche lei, finalmente, tra i corpi celesti.