Donne, che storia! La Divina Marchesa

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di Daniela Annaro

Per anni mi sono interrogata sul potere di attrazione che ha suscitato nella moda, nella pittura, nella musica, tra gli artisti più in generale, scultori e pittori del Novecento e del Terzo Millennio.

Ai miei occhi inficiati da pregiudizi ideologici la Divina Marchesa, così come l’ha definita Gabriele d’Annunzio, era una donna elegante (almeno nei dipinti di Giovanni Boldini piuttosto che nelle sculture di Paolo Trobetzkoy), ma troppo eccentrica (vedi le tele e i disegni del surrealista Alberto Martini).

Alberto Martini – Un lent reveil – 1912

E, poi, non le perdonavo di avere tutti quei titoli nobiliari e di aver sperperato un patrimonio immenso in feste, magioni  e varie stramberie come aggirarsi di notte a Venezia con un servitore di colore, vestita solo di una pelliccia di leopardo o usare boa conscriptor del peso di 50 chili come collana.

Romaine Brooks, La marchesa Casati, 1920 circa

Giudizi morali, più che storici, giudizi che non coglievano l’essenza della persona, dell’intellettuale e dell’artista nello specifico.

Perché Luisa Amman Casati Stampa di Soncino  (Milano 1881 – Londra 1957) è stata una performer antelitteram, un’antesignana della body art, oltreché una mecenate e una grande collezionista, soprattutto di ritratti da lei stessa commissionati.  Una musa per decine di artisti.

Uno stile di vita che la condusse a essere lei stessa un’opera d’arte, esattamente come aveva deciso e programmato.

Alta, magrissima, con gli occhi bistrati di nero, le pupille allargate dalla velenosa belladonna, il viso incipriato con talco, i capelli corti rosso fuoco, sempre elegantissima ed estrosa in modo inverosimile.

Una donna anticonformista e anti-convenzionale, coraggiosa perché ha sfidato il suo tempo e i suoi contemporanei. Un’intellettuale perché ha saputo tener testa a  Robert de Montesquiou, poeta adorato da Marcel Proust o allo stesso Vate. D’Annunzio la rappresentò in un testo che ebbe un certo successo: “Forse che sì,  forse che no”.

I “creativi” del XIX e del XX secolo invece hanno saputo leggere e interpretare la sua anima e a lei ispirarsi. Alcuni esempi: l’americano Jack Kerouac le dedicò una poesia, la serba Marina Abramovic l’ha citata in molte sue opere.

Il  surrealista russo-americano Man Ray, nel 1922, le scattò una delle sue più celebri foto, un ritratto che la Marchesa definì una “perfetta immagine della mia anima”: quattro occhi sovrapposti che guardavano spalancati il mondo e lo sbalordivano, cosa che continuano a fare.

La Marchesa Luisa Casati Stampa in un famoso scatto di Man Ray