Donne, che storia! La poetessa Saffo

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di Francesca Radaelli

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente.

Inizia così uno dei carmi più celebri di Saffo.  Perchè in fondo i sintomi della malattia di amore, o meglio gli effetti ‘corporei’ della passione amorosa sono rimasti gli stessi. E Saffo li descrive magistralmente:

Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

Pittura vascolare che raffigura Saffo e Alceo , i due celebri poeti dell’isola di Lesbo

Saffo poetessa d’amore, Saffo sconvolta dall’amore. Un amore infelice e mai corrisposto. Questa è l’immagine di Saffo che, attraverso il poeta latino Ovidio, arriva fino a Giacomo Leopardi, il quale nell’Ultimo Canto di Saffo ne fa una martire dell’amore infelice, una sorta di alter ego di se stesso: una donna brutta di aspetto ma di animo profondo e sensibile, destinata all’infelicità dell’amore non corrisposto per Faone, personaggio mitologico legato all’isola di Lesbo.

Ma ciò che si può leggere nei versi di Saffo, o meglio nei frammenti dei suoi carmi che sono arrivati fino alla nostra epoca, è estremamente interessante anche sotto il profilo della storia della condizione femminile nell’antica Grecia.

La persona che alla poetessa pare ‘uguale agli dei’, infatti, è probabilmente lo sposo di una delle giovani ragazze che appartenevano al tìaso di Saffo, ovvero all’associazione legata al culto della dea Afrodite, all’interno della quale la poetessa istruiva le giovani ragazze preparandole alla vita matrimoniale. Un’educazione che, secondo il costume greco della pederastia che rimase ben radicato anche nei secoli successivi nell’ambito dell’educazione maschile, prevedeva molto probabilmente una relazione di tipo omoerotico tra maestra e allieve. E provocava in Saffo, la maestra, quel fortissimo sconvolgimento amoroso che i suoi versi hanno reso letteralmente immortale.

Immagine di donna ‘dotta’ trovata a Pompei

Sono proprio i versi di Saffo che ci dicono che nel VII secolo, sull’isola di Lesbo, le fanciulle delle famiglie più ricche, per diventare buone mogli, venivano istruite nel canto e nella danza, ma venivano anche educate all’amore, da una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Un’educazione speculare a quella dei ragazzi, e al rapporto omosessuale che li legava al proprio maestro.

Un paio di secoli circa più tardi, nell’Atene del V secolo, considerata il punto di massimo splendore della storia greca, il posto delle donne è radicalmente diverso. ‘Donna istruita’ diventa quasi sinonimo di etéra, cioè cortigiana (per non dire prostituta) dai costumi sessuali molto liberi. La donna ‘perbene’ è esclusa dalla vita della città, relegata per lo più nella parte di casa a lei riservata (il gineceo). Un personaggio come Saffo, poetessa e educatrice di giovani spose, non avrebbe avuto  cittadinanza nell’Atene di Pericle e Fidia, del Partenone e della democrazia.

Eppure la sua fama di poetessa sopravvive anche ai rivolgimenti della storia, insieme ai suoi versi. Arriva fino a Roma e al poeta Catullo, che riconosce in lei una maestra al punto di rivolgersi alla donna amata con l’appellativo Lesbia (dal nome dell’ isola di Saffo).

Arriva fino a Leopardi che in una ‘certa’ Saffo rivede se stesso.

Arriva fino a noi, perché per i sintomi dell’amore ‘dolceamaro’, che ci oscura la vista e ci fa rombare le orecchie, non è ancora stato trovato un vaccino, né tantomeno una cura.

E forse è meglio così.